
Nell’underground statunitense, gli Impure operano come una forza costante e inesorabile. Con il loro secondo album, “The Devil Sees My Dreams”, il duo newyorkese afferma una visione del metal estremo che rifiuta ogni modernità, abbracciando con coerenza assoluta l’estetica primitiva e militante delle origini.
Guidati dal batterista e cantante Horned Father of Desecreation (noto per Spite e l’etichetta Sygian Black Hand), gli Impure costruiscono un sound volutamente “vecchia scuola”. Le coordinate sono precise e dichiarate: il culto per la scena death metal brasiliana più blasfema si fonde con l’eredità di nomi cardine come i primi Bathory, Beherit e Archgoat, con echi marziali dei primi Rotting Christ.
La filosofia è “less is more”: strutture semplici, riff efficaci, un impatto diretto che trova la sua forza nella ripetizione rituale. L’album brilla nei momenti di pura furia arrembante, come in “The Black Lesions” e “Foetal Possession”, dove una ferocia controllata mostra il lato più ispirato del duo. Una produzione analogica curata da Fred Estby (Dismember) incornicia il tutto con una ruvidezza perfettamente dosata, mai casuale.
“The Devil Sees My Dreams” non ambisce a rivoluzionare il genere, ma a onorarne le radici più oscure con onestà e competenza. È un disco che premia l’ascolto ripetuto, confermando gli Impure come custodi devoti e abilissimi del fuoco primordiale del metal.
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