Quando il jazz incontra la poesia, accadono meraviglie. E in questo caso, la meraviglia si chiama Martina Lupi e si manifesta in “Dannate Salvatrici” , il suo album d’esordio da solista per Filibusta Records. La voce suadente e intensissima della cantautrice – ma il termine “cantautrice” le sta stretto – è il veicolo di un’osservazione del mondo che va oltre lo sguardo comune. Martina è una donna che sa guardare, e non solo guardare: sa tradurre le sue visioni in musica, in un linguaggio che non si concede a chi ascolta distrattamente. Questo disco necessita tempo, attenzione, apertura. Non è easy listening. È lento, è maestoso, è impegnato. Ma chi lo rispetta, ne raccoglie frutti emozionali davvero succulenti.
L’album è un viaggio, un rito di passaggio che parte dalla sofferenza per approdare alla liberazione, dall’ombra al respiro, dalla distanza alla rinascita. Ispirato agli archetipi femminili della psicologia junghiana, alla mitologia e alla spiritualità, “Dannate Salvatrici” esplora il femminile nelle sue declinazioni più profonde e spesso nascoste. La voce di Martina Lupi è il filo conduttore di questa esplorazione: si avventura tra canto armonico, pianoforte, elettronica, violino, chitarra e trame atmosferiche, creando quello che lei stessa definisce il “Suono della Distanza”. Non la distanza come assenza, ma come materia emotiva, come spazio fertile in cui ciò che è lontano diventa vicino, presente, vivo.
Accanto a Martina, musicisti di grande sensibilità: Alessandro Gwis al pianoforte e all’elettronica, Michele Gazich al violino, Mattia Lotini alla chitarra e al basso. Insieme costruiscono un universo sonoro che si muove tra world music, canto contemporaneo, folk spirituale, jazz da camera e sound design rituale. È un’architettura musicale che non teme il silenzio, che lo trasforma in parte integrante del discorso, in cui ogni nota ha un peso specifico, ogni pausa un significato.

Martina Lupi, nota a livello internazionale come fondatrice dell’ensemble world music Tupa Ruja, con questo disco inaugura una nuova fase della sua carriera. Ha già ricevuto riconoscimenti importanti – il Folkest Award 2022 e il premio per il Miglior Arrangiamento al Bruno Lauzi Author Music Award 2024 – e ha calcato palchi come l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz e il Teatro Bellini, collaborando con artisti come Javier Girotto e Antonello Salis. Ma “Dannate Salvatrici” è un’altra cosa. È il suo corpo sonoro, la sua anima messa a nudo.
Il disco si muove tra brani come “Fiamma”, ispirato alla Giovanna d’Arco che vive in ogni donna, e “Fugadamé”, che affronta la frattura emotiva e l’ombra di sé. “My Perfect Breath” è un’invocazione alla guarigione, mentre “La distanza” e “Realtà non è” esplorano l’assenza e l’impermanenza. E poi “Pasarero”, che chiude l’album con un atto di migrazione spirituale e rinascita. Ogni canzone è un piccolo trattato sulla trasmutazione, una “musica medicina” che parla al corpo e allo spirito.

“Dannate Salvatrici” non è un disco che si ascolta di sfuggita. È un disco che si abita. Che chiede di fermarsi, di chiudere gli occhi, di lasciarsi trasportare. Martina Lupi non offre canzoni facili: offre esperienze. E in un’epoca in cui tutto scorre veloce, il suo invito a rallentare è forse il gesto più rivoluzionario che un’artista possa fare.
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