RUBRICA DI OPINIONE MUSICALE CONTROCORRENTE – A CURA DI GILBERTO ONGARO
Ciao persone! Sono il vostro Gilberto! Forse vi ricorderete di me per la gloriosa rubrica #Senticheroba, sul canale YouTube Brio Radio! Se non l’avete mai sentita mi dispiace, vi siete persi 100 puntate dove in quasi tre anni ho divulgato ben 282 proposte musicali diverse, spaziando tra ogni genere possibile, ogni latitudine e ogni tanto anche ogni epoca, spulciando tra la musica classica e barocca. Tornando a fare il divulgatore su queste pagine, eviterò quest’ultima direzione, cercando di concentrarmi sulle uscite fresche, o al massimo andando indietro non più di tre anni.
Perché? Perché sono stufo di leggere su tutti i social network la solita lagna: “La musica di oggi fa schifo”! No, la musica di oggi è bellissima, solo che la dovete cercare! Ma c’è un oceano da setacciare, escono migliaia di brani al giorno. Se vi basate solo sull’algoritmo, quello letteralmente vi masturba il cervello, cioè vi dà sempre ragione e vi chiude in una bolla. Ci vuole qualcuno che riesca a farvi uscire, un Virgilio che vi aiuti ad attraversare questi gironi di artisti sconosciuti o semisconosciuti, per farvi notare le perle. E allora eccomi qua, con lo stesso entusiasmo che sprizzavo in #Senticheroba, riportato per iscritto.
Premessa (tranquilli, nei prossimi numeri andrò subito al sodo, ma qui è necessaria): per quanto sia estesa la mia capacità di godere di generi diversissimi, anche io ho le mie preferenze, e probabilmente troverete sempre uno o più artisti che bazzicano nel folk, nelle sonorità etniche, oppure nel progressive. Stranamente ci saranno anche diversi artisti jazz. Dico stranamente, perché ho un problema personale con il jazz; non tanto quello storico, quanto quello diciamo “imborghesito” e imbolsito. Quindi, se troverete artisti jazz, vuol dire che mi son piaciuti davvero, e che sono accessibili anche ai non puristi. Ma ora non perdiamo altro tempo e inizio a raccontarvi chi ho scoperto, partendo da un cantautore a stelle e strisce: Ron Gallo!
Ron Gallo è un cantautore di Philadelphia, ex leader dei Toy Soldiers (2007-2014) e ora giunto al sesto album solista, “Checkmate”, uscito per Kill Rock Stars. Mi ha colpito perché, nonostante sia poco più che trentenne (classe ’92), conosce bene la storia della canzone d’autore statunitense. Il suo genere si può definire “americana”, termine che si usa per quella mistura tipica di blues, country e roots rock. A tratti mi ha ricordato i Dire Straits, e a un certo punto addirittura il poeta canadese per eccellenza, Leonard Cohen. Se siete orfani di quell’America bella, quella dei deserti metafisici e dei pensatori con la chitarra acustica, ve lo consiglio davvero, scalda il cuore, e canta davvero, è reale… mica come Cain Walker!
Dagli Stati Uniti passiamo alla Norvegia, anche se gli USA c’entrano ancora. Vi presento gli EH3! Non si sentiva da un po’ questo genere. È quel jazz rock al contempo raffinato ed energico (molto funky) che imperversava dopo gli sviluppi della fusion. La sigla EH3 sta per Erland Helbø Trio, chitarrista che suona col bassista Frode Berg e col batterista Erik Smith. Il loro album “Close To Nothing”, uscito per Losen Records, è super divertente per chi ama il virtuosismo unito al groove. Sono letteralmente ossessionato dalla canzone “Hurly Burly”. Per quanto mi riguarda, dovrebbe diventare la sigla di un bel programma televisivo, tipo un Late Show. Un tiro micidiale!
E adesso dalla Norvegia scendiamo in Sicilia, ma non sentirete nessun “bedda” né “picciridda”, perché l’anno scorso Eleonora Bordonaro ha realizzato un album tutto in… galloitalico, “Roda”, uscito per Finisterre. Il galloitalico è un particolare dialetto della comunità di San Fratello, in provincia di Messina, che per certi versi sembra… settentrionale! Com’è possibile? È possibile, perché in passato ci sono stati i Normanni dal nord, che hanno lasciato questa traccia linguistica. La ricercatrice e cantautrice Eleonora Bordonaro ha scritto tutto l’album in questa lingua minoritaria, ma non è la sola particolarità del disco. Accanto alla sua voce vivace, sentiamo un suono sgraziato che suscita ilarità: sono le trombe a un pistone, dette “trombe dei Giudei”. Durante il venerdì santo, giorno che per i cristiani dovrebbe essere il più triste dell’anno perché si ricorda la crocifissione, i giudei escono con queste trombe a strombazzare per strada, indossando divise rosse e gialle, con un elmo in testa dal quale esce una coda di cavallo. I turisti che non sanno la storia, restano sconvolti. I giudei spiegano che siccome sanno già che Gesù risorgerà, anticipano la festa! Scrivendo queste canzoni in galloitalico accompagnate dalla band e da questi pittoreschi fiati, Eleonora Bordonaro compie un’importante operazione culturale, tant’è che nel 2024 se n’erano accorti anche quelli del Premio Tenco, ed è arrivata terza tra le segnalazioni di “Migliore album in dialetto”. Io l’avevo scritto mesi prima che era notevole. NOTICE ME SENPAI Premio Tenco!

Eccovi metallari, lo so che state sudando freddo tra cantautori, jazzisti e folklore, è il vostro momento! Gli Starbynary sono un progetto prog power metal (che belle queste tre parole insieme) che sono soliti mettere in musica la letteratura. Dopo tre dischi sulla Divina Commedia (ovviamente per approfondire Inferno, Purgatorio e Paradiso), stavolta guardano ai due più famosi veronesi innamorati. Uscito per Elevate Records, “Romeo and Juliet pt.1” è un disco adrenalinico che mette insieme il fetish che abbiamo noi progghettari per i tempi dispari (5/8, 7/16…) con una scrittura corale e polifonica, con dei cori che a momenti procedono per contrappunto! Questo album soddisferà i palati più fini, quelli che non usano l’aggettivo “barocco” con accezione negativa, ma che sono aperti alla complessità della vita, dunque all’arte che le dà la forma più consona.
Concludiamo questo viaggio in Austria, e per quanto mi riguarda qui facciamo davvero un volo pindarico. Lukas Lauermann è un compositore, che ha scritto una montagna di roba. Tra le tante collaborazioni, leggo di una certa Alicia Edelweiss, che fa anti-folk (mi sa che dovrò approfondire anche lei…). Il disco che mi sta sorprendendo in questi giorni, “Varve”, come potrei definirlo in due parole, senza banalizzarlo? Faccio prima davvero a dirvi gli elementi che formano le musiche: Lauermann è violoncellista, ma il suo violoncello compare in mezzo a lunghissimi accordi statici di organo, rumori di nastri magnetici e musicassette come nella musica concreta, e soprattutto dei particolari cori, costituiti da note anch’esse lunghe e dilatate. Che vi dico, “ambient”? Sarebbe una semplificazione che vi porta fuori strada, nonostante ci sia un forte carattere rilassante e meditativo, di sospensione temporale.
Ma la cosa più significativa, tra queste note lunghissime e questo minimalismo figlio di Philipp Glass e Arvo Pärt, è la provenienza di quelle note cantate. Sono campionamenti di “Erratum Musical” di Marcel Duchamp! Sì, proprio quel Duchamp, l’artista che ha esposto un orinatoio al museo chiamandolo “Fontana”, colui che ha attaccato una ruota di bicicletta a uno sgabello e ha compiuto tante altre gesta provocatorie nelle arti visive. Non sapevo si fosse cimentato anche con la musica. Sì, ma a modo suo: ha scritto delle note su dei foglietti, inserito i foglietti in un cappello, mescolati ed estratti a sorte, disposti nella sequenza casuale che ne è uscita e fatti cantare così.
Allora. Le avanguardie sono state straordinarie e avevano molto senso nel Novecento, con l’industrializzazione e la standardizzazione a venire: si sentiva l’esigenza di rottura e di continua provocazione, contro la rigidità del potere e delle istituzioni. Oggi siamo in un tempo dove è il potere che lascia alle persone l’illusoria libertà di fare tutto quel che passa per la testa, purché si resti consumatori: consumatori di oggetti, di sentimenti, di cause umanitarie che fanno tendenza e poi abbandonate quando non fanno più engagement. Il caos ora è imposto dall’alto, non è più rivoluzionario. E allora, il buon Lauermann ha campionato queste voci anarchiche di Duchamp… e le ha messe in ordine!!! Le ha sovraincise in modo da creare armonizzazioni senza dissonanze, senza bizzarrie, parecchio emozionanti. In certi momenti mi è tornata in mente la straordinaria colonna sonora del film “La grande bellezza” (dove, fra gli altri, compare anche Pärt, guarda un po’…).
Ultima cosa da sottolineare, il senso del titolo e della presenza dei rumori di nastro. “Varve”, come ci spiega il compositore austriaco, è un termine svedese che indica le stratificazioni dell’argilla, quindi le sedimentazioni del tempo nella materia. E sono circolari (in italiano è varva), come i cerchi negli alberi. Per quanto riguarda i nastri delle musicassette, se guardiamo un’incisione al microscopio, troviamo delle forme simili. E allora Lauermann ha voluto inserire, accanto a questi cori riordinati, anche questi rumori tecnologici, che rimandano alla circolarità della natura, ai pattern che troviamo uguali dagli atomi alle galassie. Davvero, le idee di Lauermann restituiscono alla musica la sua aura di sacralità, pur restando laica, non riferita a una religione in particolare. E allora, se volete una musica che vi guarisca le ferite da auto-tune forzato e dallo squallore dell’esistenza, “Varve” è d’obbligo. È davvero notevole. E vediamo se anche stavolta qualche Premien Tenken teutonico se ne accorgerà dopo che l’ho segnalato io!
Spero di avervi dato cinque chiavi d’accesso per scoprire cinque mondi musicali. Non so se ogni mese riuscirò a portarvene cinque, come la mia mente schematica vorrebbe. Ma l’importante è che ora, ogni volta che troverete qualcuno lagnarsi ancora sui social network che la musica di oggi fa schifo, potrete rispondergli: “No, la musica di oggi è bellissima! Senti qua” e schiaffargli qualcuno di questi artisti! Alla prossima esplorazione!
G.Ongaro