A CURA DI BRUNO GIRALDO
È un tardo pomeriggio piovoso quello in cui io e Francesco ci colleghiamo per questa intervista. Il difficile, per il sottoscritto, è scindere la stima e l’amicizia che mi legano a lui dalla necessità di rimanere neutrale in veste di intervistatore. Voglio concedere a voi lettori una fruibilità piena e scevra da tutte quelle informazioni implicite che abitano una conversazione tra amici, quei riferimenti che restano sospesi in aria come il fumo di una sigaretta dopo un concerto. In un’epoca di produzioni musicali sempre più liquide e algoritmiche, Francesco Cappiotti – polistrumentista, produttore e mente dei The Last Drop of Blood – rappresenta invece un approccio diverso: quello dell’artigiano del suono, che crede nel rito quasi alchemico della registrazione, nella sacralità del vinile e nel calore delle valvole. Tra una sessione in studio con Andrea Chimenti e i tour desert rock, abbiamo affrontato senza peli sulla lingua i temi più scottanti: dall’invasione dell’AI nel processo creativo fino alla rinnovata dicotomia tra musica come arte sacra e prodotto da consumare. Un ritratto senza compromessi di un artista che non ha paura di sporcarsi le mani con la verità.

Francesco, sei contemporaneamente impegnato nelle registrazioni del nuovo disco di Andrea Chimenti e, immaginiamo, nella gestione creativa dei The Last Drop of Blood. Come convivono e si influenzano a vicenda queste due anime musicali così diverse: la rarefazione poetica di Chimenti e il desert rock viscerale della tua band?
Beh per prima cosa convivono grazie al fatto che fin da giovanissimo sono sempre stato un consumatore onnivoro di musica, come anche di cinema, arti visive e letteratura e questo mi permette di passare abbastanza facilmente dal linguaggio di un genere a quello di un’altro. Della musica di Andrea Chimenti, di cui sono sempre stato un fan, mi hanno sempre colpito la profondità poetica e la costante ricerca, per cui lavorare alla produzione del suo ultimo disco rappresenta un traguardo e un onore per me. Chiaro che un po’ del mio personale linguaggio musicale, “viscerale”, come dici tu, si è insinuato qua e là nella produzione. E penso che gli ascoltatori se ne accorgeranno. Del resto non è così funziona la creatività? Attraverso accostamenti sempre nuovi ed inediti?
Hai lavorato con geni musicali come Shawn Lee. Cosa rimane di queste collaborazioni nel tuo approccio alla produzione e nella tua filosofia di musicista? C’è un “trucco del mestiere” o una visione che hai fatto tua in modo particolare?
Direi che il trucco sta proprio nel concetto di “visione”. Un’opera d’arte è prima di tutto una visione. Prima di iniziare a produrre un disco e persino prima di comporlo chiediti: che tipo di lavoro voglio realizzare esattamente? Quale è l’atmosfera di base? Che cosa voglio trasmettere? Quali strumenti serviranno? E quale dovrebbe essere il peso di ogni singolo strumento rispetto all’altro?
Sono solo alcune delle domande che potresti farti. Più precisa è la visione più facile sarà realizzarla, senza perdite di tempo e vicoli ciechi.
In un’epoca che spesso spinge verso l’iperspecializzazione, tu sei un polistrumentista e un produttore. Credi che questa visione a 360° della musica sia una forma di resistenza artistica? Qual è il vantaggio principale di avere una padronanza totale di ogni fase del processo creativo, dal primo riff al missaggio finale?
Io sono uno molto pragmatico. Quando voglio realizzare un progetto una delle prime cose che faccio è cercare di coinvolgere altre persone, perchè la condivisione in musica è molto importante.
Ma se dall’altra parte non trovo quello che cerco, anche semplicemente in termini di entusiasmo, passo velocemente alla fase due che potrei chiamare “Lascia stare, faccio da me”. Così per “fare da me” ho dovuto investire molto tempo ed energia nell’imparare a suonare strumenti che prima non suonavo, ad arrangiare e registrare la musica che componevo e a mixarla e produrla in modo professionale. E’ un percorso in salita, ma il vantaggio è che da un certo punto in avanti sai esattamente cosa stai facendo e tutto quello che prima non funzionava ora sta magicamente sempre in piedi. Se il tuo percorso è serio e appassionato alla fine le tue competenze verranno riconosciute.
Guardando la scena musicale indipendente italiana e internazionale di oggi, cosa ti entusiasma e cosa, invece, ti preoccupa o ti annoia profondamente? C’è qualcosa che senti mancare, un “morso” che si è perso?
Secondo me di gente con i denti affilati ce ne è ancora tanta. Direi che il modo più efficace di scoprire qualcosa di veramente buono e di farsi veramente coinvolgere è partecipare ai live, sia come musicisti che come spettatori. Recentemente con i THE LAST DROP OF BLOOD abbiamo suonato assieme ad una band di nome XIXA, di Tucson (Arizona) I due front man sono Brian Lopez dei Calexico e Gabriel Sullivan dei Giant Sand. Che dire ? Tra riff desert, cappelli da cowboy e coltelli alla cintura… quella sera il Rock and Roll era vivo e vegeto.
Tu sei un paladino dell’analogico, dello “sporco” delle valvole, del calore del nastro. Come vedi l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale nella composizione e nella produzione musicale? È solo uno strumento, come lo fu il primo sintetizzatore, o rappresenta una minaccia ontologica per l’integrità dell’espressione umana in musica?
Sai, ho dedicato un certo tempo a questa questione. E sono giunto a questa conclusione: l’AI è uno strumento con il quale oltre alle altre cose puoi fare musica e questa, incredibilmente, può anche essere di buona qualità. Arrangiamenti stilisticamente corretti, suoni giusti, etc. Quindi, per un ascoltatore diciamo distratto, la musica AI può essere accettabile o addirittura godibile. Di fatto negli ultimi due anni si sono visti proliferare su tutte le piattaforme progetti che più o meno dichiaratamente e più o meno massicciamente utilizzano l’AI. Il caso estremo, che tutti conoscono, è quello dei Velvet Sundown, una band che, apparsa dal nulla, ha riscosso improvvisamente un enorme successo su Spotify e i cui contenuti, dalla musica ai testi, alle foto, alla biografia stessa appaiono evidentemente AI generated. Spotify, come altre piattaforme, non richiede di indicare se i contenuti sono generati tramite AI. Quindi qualsiasi utente può generare questo tipo di contenuti senza specificarlo e la stessa piattaforma può creare autonomamente musica AI e promuoverla con successo. A questo si aggiunge il fatto che col passare del tempo le produzioni AI saranno sempre più convincenti e difficili da individuare per quello che sono, e saranno sempre di più.
A questo punto se ci pensate i supporti fisici potrebbero tornare ad essere importanti. Ovvero: attualmente la musica che finisce su supporto fisico è sostanzialmente prodotta senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale, per il semplice fatto che stampare su supporto fisico costa tempo e soldi e chi produce con l’AI vuole esattamente evitare questo. Io dico che ogni supporto fisico dovrebbe orogliosamente mostrare un’etichetta “AI free”. E aggiungo: non sarebbe magnifico che per legge tutta la musica su supporto fisico dovesse essere AI Free? Quali sarebbero le conseguenze di questo tipo di provvedimento? Io credo di rilanciare il mercato del supporto fisico e allo stesso tempo di sacrosanta resistenza alle logiche dei miliardari che possiedono le piattaforme di streaming.
Esiste ancora, per te, un confine tra la musica come “arte sacra”, da preservare nella sua purezza, e la musica come “prodotto” da consumare? L’era dei social e dello streaming ha definitivamente appiattito questa dicotomia?
No. Non la ha appiattita. Direi invece che l’ha resa ancora più estrema. Perchè mentre la montagna di contenuti banali creati con il solo fine di raggiungere utenti e generare profitto continuera’ a crescere in un procedimento sempre più meccanico e senza vita, da qualche parte ci sarà sempre un ragazzo di 16 anni con il cuore spezzato che prenderà in mano una chitarra o un altro strumento ed imparerà a guarire se stesso e gli altri con la musica.
Il tuo suono è una firma inconfondibile. Quanto è importante, nella tua ricerca, l’errore, l’imprevisto, il “caso” che irrompe in una registrazione? E come si concilia questa filosofia con la precisione tecnica che un produttore deve avere?
Devo essere sincero? Non sono un fan del “caso” ne’ dell’ispirazione del momento. Come produttore tento di avere tutto molto sotto controllo.
Eppure l’imprevisto è inevitabile, soprattutto quando si lavora in analogico. A quel punto ti devi ingegnare e trovare soluzioni creative. E ogni tanto succede che quell’imprevisto ti conduce su una strada che non avresti preso e scopri qualcosa di nuovo. Il mio personale suono, sia come musicista che come produttore, è in effetti il risultato di una serie di correzioni avvenute nel tempo, imprevisto dopo imprevisto.
Quale sarebbe il consiglio più “scomodo” o politicamente scorretto che daresti a un giovane musicista che vuole intraprendere una carriera oggi, evitando le trappole dell’industria e del mainstream?
Prenditi il tempo per capire se hai qualcosa di interessante da dire. Non avere fretta di esserci e non farti ossessionare dall’idea di pubblicare costantemente contenuti.