Esiste un punto in cui la caduta e il volo sono la stessa cosa. Quel momento di sospensione, in cui l’unica via d’uscita è spingere così forte da sfidare ogni gravità, anche quella del dolore. “Escape Velocity”, il nuovo singolo degli Oceans on Orion, nato tra New Jersey e Tel Aviv, è la cronaca sonora di quel tentativo estremo. Non una semplice canzone, ma la trascrizione in riff, melodie e mantra di una lotta per la sopravvivenza emotiva, scritta metro dopo metro durante corse di 15 o 20 chilometri.

Il brano, che chiuderà il secondo album “Colors of Trauma”, nasce da un’esperienza bruciante e autobiografica. Come racconta la band, la corsa non era uno strumento di fitness, ma l’unico meccanismo di coping a disposizione per tradurre un dolore paralizzante in qualcosa di gestibile: la fatica fisica. Dopo ogni maratona solitaria, iniziava la vera gara: usare i momenti di lucidità conquistati per tenere in vita le proprie responsabilità, prima che l’ondata di angoscia tornasse a sommergere tutto. “Escape Velocity” documenta proprio questo: la corsa per mantenere il controllo sulla caduta, il sogno di spiccare il volo mentre si sta precipitando.
Musicalmente, il brano incarna perfettamente questa tensione. Gli Oceans on Orion, noti per fondere metal tecnico e narrative emotive, costruiscono un sound che è una contraddizione in atto. Il groove rimane ancorato a ritmi djenty e fisici, una base terrena e solida, mentre le melodie dei synth e della voce pulita si slanciano verso l’alto in corse melodiche “oceaniche”. La costruzione non procede per velocità, ma per accumulo di pressione e ripetizione, fino al taglio di un assolo di chitarra che arriva come un “secondo vento”, spingendo il brano verso il suo struggente finale. Qui, il mantra “hold on, hold on” si ripete non come un incoraggiamento, ma come un atto di disciplina e sfida pura, l’ultima spinta prima di essere risucchiati dal vuoto.
“Escape Velocity” è più di un branzo metalcore con sensibilità pop. È un diario aperto che trasforma il trauma in potenza, la fuga in direzione. Gli Oceans on Orion, che hanno già condiviso il palco con nomi come Ice Nine Kills o Five Finger Death Punch, non si limitano a suonare: testimoniano. E in questa testimonianza, offrono non una via d’uscita dal dolore, ma la mappa per trovare, dentro di esso, la spinta per raggiungere la propria, personale, velocità di fuga.
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