C’è un paradosso potente alla base di “Aphonia”, il nuovo album dei Treetops: un gruppo storicamente strumentale che costruisce un concept album sui disturbi del linguaggio e della comunicazione. Il giovane settetto romano, con radici accademiche ma con le antenne puntate sul presente, non ha semplicemente aggiunto un cantante. Ha decostruito l’idea stessa di voce, trasformando questa assenza nel motore di una ricerca sonora tra le più avvincenti e originali della nuova scena italiana. Pubblicato da Ipe Ipe in collaborazione con Maladisco Music, il disco è un viaggio effervescente tra rock, jazz, funk e fusion, dove la parola diventa suono sintetico, sospiro strumentale, urlo digitale.
Il percorso dei Treetops, da Demetra (2021) all’EP Metropolis che sonorizzava il capolavoro di Fritz Lang, approda qui a una maturità sorprendente. Aphonia rappresenta un punto di ripartenza consapevole, in cui il gruppo convoglia influenze eterogenee – dai Radiohead agli Snarky Puppy, dai Mogwai ai Weather Report – in un discorso personale e senza confini. La scelta tematica non è casuale: esplorare afasia, ecolalia, dispnea (le stesse che danno il titolo alle tracce) permette di indagare le dinamiche di un collettivo di sette individui che deve costantemente negoziare un linguaggio comune. La “voce” nell’album assume così forme alienanti e suggestive: dalla voce parlata al canto modificato elettronicamente, fino allo strumento che imita un apparato umano, in un gioco continuo tra l’organico e il sintetico.

Musicalmente, questa ricerca si traduce in un art-rock-nujazz di rara complessità e godibilità. La formazione a doppio sax e doppia chitarra (con la presenza di Anna Bielli, dei Melancholia) garantisce una tavolozza ricchissima. Il groove è solido e ipnotico, la tecnica impeccabile, ma è la libertà improvvisativa a incantare, sostenuta da un’evidente fiducia reciproca costruita nel tempo. L’occhio alle nuove tecnologie non è un orpello, ma parte integrante della poetica: VST, batterie elettroniche e persino l’autotune vengono integrati con leggerezza e intelligenza, come estensioni naturali di un sound che rifiuta ogni tradizionalismo passivo.

Aphonia è, in definitiva, un esperimento riuscito di comunicazione altissima attraverso la simulazione del suo fallimento. I Treetops non cantano storie, le costruiscono con l’architettura degli assoli, la tensione degli arrangiamenti, il dialogo serrato tra le sezioni. In undici tracce, il settetto romano dimostra che si può essere colti senza essere accademici, sperimentali senza essere astrusi, e che la vera voce di una band risiede nella capacità di creare, insieme, un linguaggio del tutto nuovo. Un linguaggio che, partendo dal disturbo, arriva dritto al cuore e all’intelletto.
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