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INTERVISTA ESCLUSIVA ai MINERVA

C’è una frase, nel comunicato dei Minerva, che mi ha fatto male alla prima lettura: “la tensione tra ciò che si prova e ciò che sarebbe giusto provare”. Credo che chiunque si sia trovato in una relazione complicata – quelle dove sai che ti fa male ma non riesci a lasciare – conosca quella sensazione. Quel conflitto tra la testa che dice “scappa” e il cuore che dice “resta ancora un po’”.
I Minerva arrivano da Varese e fanno un genere che loro stessi hanno ribattezzato
“prog pop”: un modo elegante per dire che mescolano alternative rock, emo, indie ed
elettronica senza paura di sembrare troppo complessi o troppo orecchiabili. Dopo il
primo singolo “nothingtodowithyou”, più aritmico e nervoso, tornano con “Whirlwind
Romance”, secondo estratto dal loro EP d’esordio canUrelate? in uscita questa
primavera per Dissonance con distribuzione Believe.
Il brano è la chiusura dell’EP ed è stato pensato come tale: più spazioso, riflessivo, elegante. Parla di amori travolgenti ma sbilanciati, di dipendenza affettiva, di quella sensazione di non essere mai abbastanza né per l’altro né per sé stessi. E lo fa con un sound che costruisce atmosfere leggere ma stratificate, dove a tratti emerge anche un graffio di derivazione punk – perché a volte le parole non bastano e serve altro per esprimere il groviglio che si ha dentro.
Ho chiacchierato con la band, rappresentata per l’occasione da Federico Civelli, chitarrista del gruppo e principale compositore del brano, per farmi raccontare come si sopravvive a un amore che logora, cosa significa fare “prog pop” in Italia, e perché a volte le canzoni più personali sono quelle che parlano a più persone.

Benvenuti su BrioMediaGroup! “Whirlwind Romance” – amore travolgente, ma anche confuso, sbilanciato. Il titolo racconta già tutto. Come nasce questa canzone? C’è una storia vera dietro o è un collage di esperienze, vostre o di chi vi sta intorno?


Questa canzone nasce intorno al 2019 ed è stata la prima che abbiamo registrato con
la vecchia formazione. Successivamente però abbiamo deciso di rimetterci mano,
sistemarla e riarrangiarla per inserirla in questo nuovo progetto. A livello lirico ho voluto quindi “aggiornare” la tematica principale del testo, in modo che seguisse il cambiamento e l’evoluzione degli eventi e dei temi raccontati originariamente nella canzone. L’intenzione era quella di far procedere di pari passo la crescita della maturità musicale con quella lirica e di dare una conclusione a quella che, al tempo della prima stesura, era una storia personale che era però rimasta molto aperta.

Definite il vostro sound “prog pop”. È un’etichetta che vi siete cuciti addosso
per gioco o sentite che rappresenta davvero quello che fate? E in “Whirlwind
Romance” come si traduce questo mix tra complessità e orecchiabilità?

Prog pop per noi significa libertà: libertà di esprimersi come si vuole, senza insensati paletti di genere o “regole” dettate dal mercato; libertà di essere sé stessi e di fare ciò che si vuole, anche unendo due generi apparentemente agli antipodi come il prog e il pop. È forse un’etichetta nata inizialmente un po’ per gioco, ma che nel tempo ha assunto un significato sempre più profondo e importante nelle nostre vite. In Whirlwind Romance, come in quasi tutti i nostri brani, cerchiamo di sfuggire alla ripetitività strutturale tipica di molte canzoni pop, esplorando invece strutture più fluide, che cambiano e si evolvono per raccontare una vera e propria storia, prima ancora che essere semplicemente una canzone. La canzone si muove proprio in questa direzione: mantiene un’anima melodica molto immediata, ma lascia spazio a cambi di atmosfera e dinamica che accompagnano lo sviluppo emotivo del brano.

Avete detto che questo brano è l’ultima traccia dell’EP. Quando si scrive una
canzone pensando a una posizione precisa in un disco, cambia qualcosa nel
modo di lavorarci? Volevate lasciare qualcosa di specifico a chi arriva in fondo?


In fase di scrittura non pensiamo mai alla posizione che una canzone avrà all’interno del disco. L’unica cosa su cui cerchiamo di concentrarci è trasmettere nel modo più sincero possibile le emozioni che stanno dietro al brano. Solo in un secondo momento, quando iniziamo a guardare il progetto nel suo insieme, cerchiamo di capire quale forma possa avere il racconto dell’EP. A quel punto ci siamo resi conto che Whirlwind Romance chiudeva perfettamente l’arco narrativo che avevamo costruito.

Nel comunicato c’è una frase che mi ha colpito: “la tensione tra ciò che si
prova e ciò che sarebbe giusto provare”. Quanto è difficile convivere con questa
doppiezza? E scriverci sopra aiuta a scioglierla o la mette solo a fuoco?


Penso che questa sia una condizione che accomuna un po’ tutti noi nell’era post-
moderna. Con i moderni sistemi di comunicazione è facilissimo vedere e sapere tutto
di tutti, o quantomeno l’immagine che le persone vogliono dare di sé stesse. Questo
rende altrettanto facile sviluppare una certa pressione sociale su ciò che “dovremmo”
provare, spesso in contrasto con quello che proviamo davvero, e questo succede in
molti ambiti, non solo in quello relazionale. Scrivere di ciò che mi circonda e dei
pensieri legati alla mia vita è sempre stato molto terapeutico per me. Mi aiuta a
razionalizzare idee e sensazioni che altrimenti rischierebbero di diventare oppressive o travolgenti. Non so se sia davvero il modo giusto per affrontarle, ma per me è sempre stata una sorta di “terapia” personale.

Nel testo ci sono versi molto lucidi su una relazione che logora. Quando
scrivete cose così personali, c’è mai il timore di mettervi troppo a nudo? O è
proprio quello il punto, la parte che guarisce?


No, non mi spaventa mettere nero su bianco i miei pensieri o le mie emozioni più
intime. Paradossalmente lo trovo anche più semplice che parlarne direttamente con
qualcuno. Per me è soprattutto un modo per razionalizzare quello che provo. Allo stesso tempo è anche una delle cose che trovo più interessanti nella scrittura: il fatto che esperienze e situazioni molto specifiche, legate alla vita di qualcuno, possano comunque trovare un riscontro in chi legge o ascolta. Quando succede è come se si creassero delle connessioni indirette tra le persone, ed è proprio questo che secondo me rende la musica una cosa così speciale.

Nei testi parlate molto di relazioni nell’epoca digitale, alienazione,
iperconnessione. Sono temi generazionali, ma anche molto personali. C’è un
episodio specifico che ha segnato il vostro modo di vedere queste cose?


No, penso che sia una somma di esperienze derivate dal nostro vissuto quotidiano e
dalle riflessione che facciamo in merito. È una somma di esperienze e riflessioni che le seguono, come fosse una nostra personalissima interpretazione di quello che viviamo legato al mondo che ci circonda.

    Il brano è prodotto in collaborazione con Dissonance e distribuito da Believe.
    Quanto è importante per una band emergente avere una struttura alle spalle? E
    quanto invece tenete a mantenere il controllo creativo totale?


    Per noi è vitale mantenere il completo controllo creativo, altrimenti verrebbe meno la premessa principale che tiene tutto in piedi: il divertimento. Noi vogliamo divertirci nel fare musica e questa penso sia la condizione principale per far divertire anche il pubblico. Per noi in primis è una passione, non un lavoro, e spero che qualunque cosa accada questo spirito rimanga invariato, perché alla fine creare musica assieme ai miei amici è la cosa che più mi appassiona al mondo. Inoltre il completo controllo creativo è l’unica condizione che permette al “prog pop” di potersi esprimere nella maniera migliore e più libera possibile.

    Venite da Varese, una provincia che forse non è subito associata a una scena
    musicale vivace. Esiste una comunità di artisti con cui vi confrontate? O vi
    sentite più isolati e per questo più liberi
    ?


    Viviamo in una realtà paradossale sotto certi punti di vista: circondati da tantissimi musicisti e artisti di estremo talento, ma senza la presenza di una “scena” o un movimento culturale di nessun tipo. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di fare collettivo con le persone con cui ci piace lavorare.

    “Whirlwind Romance” parla di dipendenza affettiva, di non sentirsi mai
    abbastanza. È un tema che tocca corde profonde. Ognuno di voi avrà avuto un
    momento in cui si è sentito così. Qualcuno vuole raccontare quando è successo
    e come ne è uscito – o se ne è ancora dentro?


    Whirlwind Romance, per quanto mi riguarda, parla più di una dipendenza emotiva legata a un ricordo che a una relazione in senso stretto. In generale però non amo legare troppo esplicitamente il mio vissuto personale alle canzoni. A volte conoscere troppo il contesto reale rischia di limitare l’interpretazione. Per me non esistono letture giuste o sbagliate: ognuno dovrebbe poter trovare nel testo quello che risuona con il proprio vissuto e con la propria visione del mondo.

    Ultima domanda: a chi vorreste che arrivasse questa canzone? C’è un
    ascoltatore ideale che immaginate mentre suonate – magari qualcuno che in
    questo momento sta vivendo un amore che logora, e ha bisogno di sentire che
    non è solo a sentirsi perso?

    Per noi non esiste un vero e proprio ascoltatore ideale. Il bello della musica sta proprio nel fatto che ognuno può interpretarla e viverla in modo diverso. Se qualcuno riesce a trovare un collegamento con i nostri brani, in qualsiasi forma, per noi è già più che sufficiente.

    Intervista a cura di B.Giraldo

    https://www.instagram.com/minerva.sounds

    https://www.youtube.com/@minerva.sounds

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