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Ruben Coppolella: “Il rogo della vespa” diventa un viaggio nel cinema mondiale

Un cantautore che si trasforma in Alex di “Arancia Meccanica”, poi in Vincent Vega di “Pulp Fiction”, poi in Neo di “Matrix”. Venticinque anni di carriera, un best of appena pubblicato, e la voglia di non ripetersi. Ruben Coppolella (all’anagrafe Pierfrancesco Coppolella) ha scelto l’intelligenza artificiale per celebrare il suo percorso, realizzando il videoclip di “Il rogo della vespa” interamente con strumenti generativi, sotto la supervisione del regista Carlo Tombola, docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Il brano, title track dell’album del 2010, è stato completamente risuonato per l’occasione ed è contenuto nella raccolta “Best of”, uscita il 12 dicembre 2025 per Vrec Music Label. Un disco che ripercorre un quarto di secolo di attività, dalle prime prove del 2000 con “Biondo accelerato” fino all’inedito “Madonna del crocevia”. Ma è il video a rubare la scena. Coppolella ha deciso di non illustrare il testo cupo e apocalittico della canzone – che, dice, “parla già da solo” – ma di proiettare la propria immagine dentro quarantatré scene tratte da altrettanti film cult. Lo spettatore è invitato a riconoscerli e a scriverli nei commenti, in un gioco che trasforma la visione in partecipazione.

L’operazione è affascinante per due ragioni. La prima è tecnica: l’AI applicata alla musica d’autore non è ancora così frequente, e qui viene usata non come sostituto ma come amplificatore. La seconda è narrativa: il video costruisce una dicotomia tra una prima parte dominata da spunti negativi – violenza, alienazione, solitudine – e una seconda in cui l’accezione positiva prende il sopravvento. Coppolella ringiovanisce, diventa grintoso, amoroso, passionale. Il cinema, da sempre specchio delle nostre ossessioni, diventa qui il mezzo per esplorare le due facce dell’animo umano.

Ruben Coppolella non è nuovo a questi slanci. La sua carriera è costellata di impegno civile – dal “Verona Aid Concert” per lo tsunami del 2005 al concept “Il lavoro più duro” sui mestieri dell’Italia precaria – e di omaggi ai grandi della canzone, da De André a Massimo Bubola. Ma con questo video fa un passo laterale, si concede un azzardo. E l’azzardo paga, perché restituisce un artista che a venticinque anni dal debutto ha ancora voglia di sperimentare, di giocare, di sorprendere. E di invitare il pubblico a giocare con lui, riconoscendo tra un fotogramma e l’altro pezzi della propria memoria collettiva. Il cinema siamo anche noi. E Ruben, dentro quei film, ci si è messo faccia e corpo.

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