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Amore e Algoritmi: Il tocco umano nell’era digitale. La protesta in claymation di Madeline Rosene

C’è un momento, in ogni relazione moderna, in cui ci si ferma a guardare lo schermo del telefono del proprio partner, non per sospetto, ma per una specie di reverenziale timore. È lì che vive un’entità che conosce desideri nascosti, paure non dette, inclinazioni musicali dimenticate. Un oracolo digitale che ha sostituito il sussurro della complicità con il calcolo probabilistico. Madeline Rosene, cantautrice indie-pop di Los Angeles, ha preso quel momento di gelida meraviglia e ne ha fatto una canzone: Love and Algorhythms. Un sospiro malinconico e satirico, avvolto in un sound che è come l’incontro tra un sogno soffice e qualcosa di distorto.

La produzione di Patrick Windsor costruisce un microcosmo sonoro perfetto per questa dicotomia. Una chitarra acustica malinconica, onesta come un’ammissione fatta a mezzanotte, è il fondamento. Su di essa, però, si insinuano ricami a 8-bit, synth giocosi che suonano come ricordi di vecchi videogiochi, e distorsioni che ricordano una linea internet traballante a 56k. È la colonna sonora di un’intimità filtrata, mediata. La voce di Madeline Rosene naviga questo spazio con una miscela di acutezza e vulnerabilità. Canta di come l’algoritmo “conosca il tuo profumo meglio di me” e lo fa con un wit tagliente che non nasconde la ferita: l’alienazione di sentirsi messi in secondo piano da un codice, di dover competere con un’intelligenza che non dorme mai.

Se la canzone esplora la disconnessione umana attraverso la lente della tecnologia, la risposta artistica di Madeline Rosene è un atto di pura, tangibile connessione umana. In un’epoca in cui i video musicali vengono generati in pochi secondi da intelligenze artificiali, sceglie come unica estensione visiva per Love and Algorhythms un video in claymation interamente artigianale, creato a mano da suo fratello, Jack Hubbell. Questa scelta è una dichiarazione di poetica, una protesta silenziosa e potentissima. Ogni frame, ogni minuscolo movimento dei personaggi di creta, porta l’impronta digitale di un dito umano, la fatica di un’idea che diventa materia. È l’esatto opposto dell’immagine algoritmica, fluida e perfetta: è goffo, caldo, imperfetto, e per questo profondamente vero. Guardarlo è un atto di resistenza, un ricordare che l’arte, quella che scava nelle emozioni, nasce dal caos organico della vita, non dall’ordine binario di un server.

Madeline Rosene non è nuova a questi scavalli nel cuore del malessere contemporaneo. I suoi album precedenti, Raised on Porn e Everyday Existential Crisis, sono mappe di un’ansia generazionale, esplorata con un’onestà lirica che sa essere allo stesso tempo spietata e compassionevole. In Love and Algorhythms, questa ricerca trova una sua sintesi perfetta: l’alienazione da se stessi e dagli altri si scontra con il mostro nuovo dell’alienazione digitale. Love and Algorhythms è un eccellente brano di indie-pop sognante e satirico che, insieme al suo video artigianale, costruisce un piccolo, prezioso monumento al fatto che, per parlare di disconnessione, non c’è nulla di più potente di una connessione reale. Quella tra una sorella che scrive una canzone e un fratello che modella la creta per darle un corpo.

Il resto, lo lascio all’algoritmo: speriamo sia abbastanza intelligente da suggerirlo a tutti. B.Giraldo

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