Quando a dicembre 2025 i Sepultura hanno annunciato il tour d’addio “Celebrating Life Through Death”, tanti fan hanno fatto i conti con la fine di un’era lunga 40 anni. Nel 2026, dopo le ultime date in tutto il mondo (compreso il Nord America con Exodus e Biohazard, l’Australia e le due italiane a Milano e Roma), la band chiuderà i battenti. E con un EP di commiato, The Cloud of Unknowing, in uscita ad aprile 2026.
Ma invece di piangere, alziamo la voce: difendiamo i Sepultura di Derrick Green. Perché l’idea che “i Sepultura sono morti dopo Roots” è una cazzata pigra, ripetuta da chi si è fermato al 1996 e non ha mai ascoltato davvero quello che è venuto dopo. Da “Against” in poi la band non ha solo sopravvissuto: ha reinventato se stessa, ha continuato a spingere i confini del metal brasiliano e mondiale, e ha consegnato album che meritano di stare accanto ai classici.
1998-2003: Il periodo “contro” tutto e tutti.
Against (1998) è l’album che ha fatto urlare i puristi. Green arriva e invece di copiare Max si mangia il microfono con urla feroci, groove assassini e una rabbia che non ha nulla da invidiare a Chaos A.D.. Brani come “Against”, “Choke” e “Tribus” sono ancora oggi live killers assoluti. Non era nu-metal: era thrash-groove-hardcore brasiliano incazzato nero. E ha funzionato.

Nation (2001) è il manifesto politico: testi su globalizzazione, povertà, resistenza. Musicalmente più vario, con “Sepulnation”, “Border Wars” e “Water” che mischiano tribalismo e modernità. Roorback (2003) alza ancora l’asticella: “Come On!”, “Corrosion Creeps” e la cover di “Bullet the Blue Sky” dei U2 (fatta a modo loro, cioè brutale) dimostrano che la band non stava cercando di piacere a nessuno, solo di restare fedele a se stessa.
2006-2013: concept e sperimentazione senza paura
Dante XXI (2006) è un concept album ispirato alla Divina Commedia: dark, atmosferico, con orchestra e cori. Uno dei lavori più ambiziosi della loro carriera.
A-Lex (2009) è la colonna sonora di Arancia Meccanica in versione metal: percussioni folli, arrangiamenti sinfonici, un disco che divide ma che oggi viene rivalutato come uno dei più coraggiosi.
Kairos (2011) segna il ritorno a un suono più diretto e pesante, mentre The Mediator Between Head and Hands Must Be the Heart (2013) è pura complessità: riff intricati, drumming mostruoso di Eloy Casagrande (all’epoca giovanissimo) e testi che parlano di mente e corpo.

2017-2020: il capolavoro e la consacrazione
Machine Messiah (2017) è futuristico, cyber-metal, con suoni elettronici e una produzione da paura.
E poi arriva Quadra (2020): per molti (e per chi scrive) uno dei migliori album della storia della band, punto. Quattro “lati” come una sinfonia classica, thrash moderno, death, groove, tribalismo e melodia. “Isolation”, “Means to an End”, “Last Time” e “Guardians of Earth” sono pezzi da antologia. L’album ha dimostrato che i Sepultura non solo non erano finiti: erano più vivi e creativi che mai.
Perché questo addio è perfetto
Quarant’ anni. 15 album in studio (più live, EP, split). Oro in mezzo mondo. Influenzati band da Machine Head a Gojira, da Lamb of God ai tanti gruppi brasiliani di oggi. Hanno suonato in ogni continente, superato l’addio di Max, la perdita di Igor, cambi di formazione, crisi, e hanno sempre continuato a fare musica onesta.
Nel 2026 scelgono di fermarsi con un tour mondiale, un EP finale e un ultimo show leggendario (si parla di un mega-fest a San Paolo). Non si trascinano in tour infiniti da 60enni stanchi, non fanno reunion patetiche tra 10 anni. Dicono: “Abbiamo dato tutto, ora celebriamo la vita attraverso la morte”. È la cosa più metal che potessero fare.
Quindi la prossima volta che qualcuno dice “i Sepultura veri finiscono con Roots”, mandalo ad ascoltare Quadra, Dante XXI o Against a volume 11. E poi ringrazialo per averti dato la scusa di rispolverare un catalogo che, dall’1998 in poi, è molto più ricco, vario e potente di quanto la nostalgia voglia ammettere.
Sepultura, obrigado por tudo.
Il vostro addio non è una fine: è la chiusura di un cerchio perfetto. E noi fan dell’era Green saremo in prima fila a cantare ogni nota fino all’ultimo accordo.
Long live the tribe. Celebrating life through death.
Articolo di Jesus Doe
https://www.instagram.com/jesus_doe_underground_music
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