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INTERVISTA ESCLUSIVA ai SOLAR FLARE ALERT

Ci sono canzoni che ti fanno muovere i fianchi. Altre che ti fanno guardare le stelle. “Molto Caldo” dei Solar Flare Alert fa entrambe le cose, e lo fa con un groove ipnotico che sembra arrivare dritto da una discoteca galattica degli anni Settanta, ma con un suono moderno, pulito, avvolgente.

Il duo è composto da Davide Ungaro ed Erika Neri, e viene dalla Costiera Cilentana, un angolo di Mediterraneo che sa di mare, di salvia, di orizzonte aperto. Dopo il debutto accanto alla leggenda italo-disco Maurice McGee, hanno continuato a costruire un linguaggio tutto loro: un ibrido raffinato tra strumentazione live – basso, piano, chitarre – e precisione elettronica. Il loro secondo singolo, “Molto Caldo”, è uscito il 21 aprile 2026 e anticipa l’album di debutto su Katekatashe Records, previsto per giugno.

Il brano è un viaggio retro-futuristico: 114 BPM, basso pulsante, sintetizzatori vintage, chitarre funky, e una miscela di voci in italiano e inglese che sa di caldo, di estate, di qualcosa che brucia. Ma non è solo musica: i Solar Flare Alert stanno costruendo un universo transmediale, con un fumetto originale che accompagnerà l’LP. Nella copertina di “Molto Caldo”, Davide ed Erika sono ai comandi di un’astronave, mentre un brillamento solare consuma la Terra. Fantascienza da dancefloor, insomma.

Ho parlato con loro per capire come si fa a suonare disco pensando allo spazio, cosa significa essere una coppia di cantautori e cantanti, e perché il loro percorso verso l’album non è una linea retta, ma un’«escalation».

Davide, Erika, benvenuti su Brio Media Group. “Molto Caldo” è un titolo che promette esattamente quello che fa. Ma il caldo di cui parlate è quello del sole, della pista da ballo, o di qualcosa di più intimo? E cosa brucia davvero, in questa canzone?

    Il caldo di “Molto Caldo” è variegato, un po’ come certe giornate d’estate che iniziano al sole e finiscono in pista. C’è la temperatura fisica del brano — quella spinta ritmica che ti obbliga a muoverti — ma sotto c’è anche un caldo più intimo, quello di un’attrazione che non ha bisogno di spiegarsi. Quello che brucia davvero, secondo noi, è l’istante: il momento esatto in cui capisci che stai bene dove sei. Niente da aggiungere, niente da sistemare.

    Siete entrambi cantautori. Come gestite la scrittura quando ci sono due voci che devono raccontare la stessa storia? Si litiga? Si scende a compromessi? O succede qualcosa di magico?

    Diciamo la verità: è soprattutto fortuna. Viviamo e lavoriamo insieme da dieci anni, e una convivenza così stretta poteva finire molto male o molto bene — a noi è andata bene. I ruoli in studio sono chiari: Davide sulla produzione, Erika sulla voce principale, e questo ci permette di entrare nelle sessioni già allineati. Quando una parte nasce meglio nella voce dell’altro la si cede senza drammi, perché il punto non è mai chi ha ragione ma cosa serve al brano. L’ego lo mettiamo da parte: lo meritano le canzoni, non noi.

     Il brano mescola italiano e inglese. Non è una scelta scontata nel nu-disco. Come decidete quale lingua usare per ogni frase? E c’è qualcosa che si può dire solo in italiano, e qualcosa che funziona solo in inglese?

    Ci lasciamo guidare dalla musicalità della lingua stessa. Certe frasi chiedono l’italiano, altre l’inglese, e non ci pensiamo troppo — questo tipo di musica funziona solo se resta leggera. In “Molto Caldo” l’italiano porta qualcosa di più sensuale, più vicino alla pelle; l’inglese invece apre lo spazio, alza un po’ lo sguardo. Nell’LP c’è anche un pezzo in napoletano, a dimostrazione che se una canzone chiede una terza lingua non ci mettiamo a discutere.

    La vostra base è sulla Costiera Cilentana. Si respira ancora l’aria di quella tradizione mediterranea che ha ispirato tanta musica solare. Quanto del vostro suono viene dal mare, dal vento, dalla luce di quel posto?

    La Costiera Cilentana non è uno sfondo, è a tutti gli effetti un membro della band. Il nostro studio guarda direttamente sul mare — dall’altra parte del golfo c’è la Costiera Amalfitana, e Capri fa capolino all’orizzonte. Quel blu, prima o poi, finisce dentro i sintetizzatori e dentro le linee di basso; è inevitabile. E poi c’è la magia di primavera, quando le katekatashe — le lucciole in dialetto cilentano, da cui l’etichetta prende il nome — accendono i vigneti intorno allo studio. Questa tensione tra terra antica e suono moderno è la nostra cifra. Speriamo che chi ascolta senta esattamente quello: il sole sulla pelle e l’orizzonte sempre davanti.

    Avete debuttato con Maurice McGee, una vera icona dell’italo-disco. Cosa vi ha insegnato quell’incontro? E c’è un consiglio che vi ha dato e che ancora portate con voi?

    Maurice ci ha insegnato la cosa più preziosa: non prendersi troppo sul serio mentre si fa musica seriamente. Per lui la disco è una questione di gioia diretta, di canzoni che devono arrivare senza intermediari — nessun artificio, nessuna posa. È un’icona ma tratta la musica come un gioco, si diverte e basta, vedere questo ci ha liberati tantissimo. Il consiglio che ci portiamo dietro è più o meno questo: “se la canzone funziona, non complicarla”. Sembra ovvio, ma in studio è la cosa più difficile del mondo.

    “Molto Caldo” è il secondo di tre singoli che portano all’LP. Dite che non è una linea retta, ma un’«escalation». Cosa significa per voi? E cosa dobbiamo aspettarci dal terzo singolo e dall’album, in termini di temperatura?

    Per noi significa che ogni uscita deve spostare un po’ in là l’asticella, non ripetere la precedente. “The Way You Move” era il nostro manifesto più classico, un duetto — disco piena, luminosa, 110 BPM, rooftop al tramonto. “Molto Caldo” sale un po’ di BPM, entra nella notte, è più ipnotico, più corporale. Il terzo singolo — non vogliamo svelare troppo — fa un altro salto! Pensala come un termometro: partiamo dal caldo del tramonto e per fine LP (previsto per giugno) arriviamo a qualcosa che non si misura più in gradi.

    La musica dance spesso viene associata alla leggerezza, al divertimento, all’evasione. Voi invece tentate di infilarci dentro qualcosa di più profondo: un’energia che non è solo fisica, ma quasi esistenziale. Cosa cercate davvero, quando scrivete un brano come questo? E cosa sperate che chi ascolta si porti a casa, oltre al groove?

    La disco è stata etichettata come musica “leggera” per tanto tempo, ma chiunque abbia ballato fino all’alba sa che è una delle esperienze più profondamente umane che ci siano. Il movimento condiviso è una cosa seria: ti toglie dalla testa e ti riporta al corpo, e in un momento storico in cui viviamo quasi tutto dietro uno schermo non è poco. Quando scriviamo brani come “Molto Caldo” cerchiamo quell’equilibrio: un groove che ti fa ballare ma che lascia anche un’eco, qualcosa che continua a risuonare dopo l’ultimo stacco. Speriamo che chi ascolta si porti a casa non solo il ritornello, ma la sensazione di essersi sentito — per tre o quattro minuti — completamente lì. 

    La parte ritmica è affidata a Christian Palermo, che suona percussioni live. Quanto è importante per voi mantenere un “peso fisico” nel suono, in un’epoca in cui tanta musica dance è completamente digitale? Come sono i vostri live?

    Mantenere un peso fisico nel suono è fondamentale per noi: è la differenza tra un brano che ti attraversa e uno che ti abita. Christian in “Molto Caldo” porta una fisicità che nessun campione può davvero restituire — le congas, gli shaker, i piccoli accenti respirano con il brano e lo fanno ondeggiare. Il suo contributo, insieme a quello di suo fratello Salvo (co-produttore) alimenta l’aria che ha dato questo sound a queste produzioni. Attualmente questo disco lo stiamo suonando in giro in duo, come un dj set ma con le voci dal vivo. Speriamo di creare i presupposti per trovare poi spazi adatti ad accoglierci full-band.. ma questa è un’altra storia!

    Il vostro progetto è anche visivo: copertine che raccontano una storia, un fumetto in arrivo. Come si scrive una canzone pensando già a un’immagine? E cosa viene prima, la musica o la storia disegnata?

    Risposta semplice: prima la musica, sempre. Le canzoni sono nate senza nessun disegno davanti. L’estetica è arrivata dopo, ma l’abbiamo cercata con così tanta ostinazione che a un certo punto ha smesso di essere “contorno” ed è diventata sostanza. Il motivo è pratico, in un certo senso: i testi disco e nu-disco sono per loro natura ermetici e leggeri, quasi sempre frasi-immagine pensate per il corpo più che per la mente. È un codice che amiamo, ma che lascia fuori tutta una parte di racconto. Il fumetto è nato da quel vuoto: è il luogo dove possiamo dire quello che le canzoni, volutamente, non dicono. Le versioni illustrate e “spaziali” di noi due vivono lì — fanno le cose che Davide ed Erika non possono cantare senza rompere l’equilibrio del brano. La musica è il groove; il fumetto è il sottotesto.

    Ultima domanda, e poi vi chiedo un messaggio per i lettori di Brio Magazine. L’Italia che ascolta la vostra musica è spesso abituata a sonorità più tradizionali. Voi portate un ponte tra Mediterraneo e galassia. Cosa vorreste dire a chi si avvicina per la prima volta al vostro mondo? E lasciate una frase che possa restare accesa, come una stella, anche dopo che la canzone è finita.

    A chi si avvicina per la prima volta al nostro mondo diciamo solo: non cercate riferimenti, ascoltate. Il ponte tra Mediterraneo e galassia c’è sempre stato,  in questo periodo dell’anno si vede anche meglio del solito con le lucciole che si corteggiano fuori dalle nostre finestre e la via lattea a fare da sfondo. 

    Intervista a cura di Bruno Giraldo


    https://open.spotify.com/artist/1EGZKqZiyT4XiINqTxmR2V?si=lpeQwvL4SLuJKj3S4BOOYA
    https://www.instagram.com/solar_flare_alert

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