C’è un simbolo che veglia su New York dal 1886. La Statua della Libertà, dono della Francia agli Stati Uniti, tiene alta una torcia che dovrebbe illuminare il cammino di chi cerca una vita migliore. Oggi, quella torcia trema. Kelsie Kimberlin, cantautrice ucraina-americana, ha deciso di darle voce. Il suo nuovo singolo e videoclip, “Lady Liberty” , uscito il 27 marzo, è un atto di accusa nei confronti di un’America che sta perdendo la propria anima.

Il video è un’immagine che si stampa sulla retina. La statua è circondata da tempeste di distruzione. Piange. La sua fiamma si affievolisce, la sua base si crepa. La sua bocca è sigillata con del nastro adesivo, a simboleggiare non solo la perdita della libertà, ma anche la perdita della verità e della libertà di espressione. Non è un caso: negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno assistito a un’impennata di politiche restrittive sull’immigrazione, con l’Amministrazione Trump che ha dato il via a deportazioni di massa e al trasferimento forzato di cittadini stranieri in paesi terzi-1. Le parole incise sulla statua, i famosi versi di Emma Lazarus – «Give me your tired, your poor, Your huddled masses yearning to breathe free» – risuonano oggi come crudele beffa. Kelsie canta questa amara consapevolezza, il dolore di una nazione che si sta dimenticando delle proprie origini di crogiolo culturale.
Il contesto contemporaneo rende il messaggio ancora più urgente. A marzo 2025, un politico francese ha chiesto provocatoriamente agli Stati Uniti di restituire la statua alla Francia, sostenendo che le politiche di Trump hanno tradito gli ideali di libertà che essa rappresenta. Una richiesta simbolica, che però fotografa il disorientamento di un’epoca in cui i valori fondanti vengono messi in discussione. E mentre i riflettori del mondo sono puntati sull’America, non dobbiamo dimenticare l’altra anima di Kelsie Kimberlin, quella ucraina. Nel 2023, è stata la prima artista ad ottenere il permesso di filmare nei luoghi delle peggiori atrocità a Bucha e Irpin, sotto il fuoco dei droni e con le sirene dei raid aerei a fare da colonna sonora. Ha visto con i propri occhi cosa significa lottare per la libertà quando si è invasi. Forse è per questo che la sua voce è così autentica quando canta la perdita della stessa libertà in un altro contesto.
Kelsie ha ricevuto il premio umanitario delle Nazioni Unite e la medaglia d’onore di Re Carlo per il suo impegno in Ucraina. Il suo film “The Last Message” ha vinto decine di premi in festival internazionali. Ma “Lady Liberty” è un’opera diversa. È un grido che viene da dentro, dalla consapevolezza che la democrazia non è mai scontata e va difesa ovunque, anche (e soprattutto) dove sembra più solida. Sua madre è immigrata, e Kelsie ricorda l’orgoglio che provò quando ottenne la cittadinanza. Oggi quell’orgoglio si è trasformato in paura, per molti. E in vergogna, per altri.
Il brano e il video, disponibili su tutte le piattaforme e su YouTube, non lasciano scampo. Non sono una protesta urlata, ma un lamento sommesso che si fa sempre più insistente, fino a diventare un’onda che travolge. Kelsie Kimberlin presta la sua voce a Lady Liberty perché, in un momento storico in cui la libertà di parola è attaccata da più fronti, anche i simboli muti hanno bisogno di qualcuno che parli per loro.
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