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L’Universo in Una Stanza: The Mortal Prophets e la Mappa dei Sogni in “Hide Inside the Moon”

C’è un luogo, tra il sonno e la veglia, dove il tempo non scorre lineare ma si piega, e le visioni del futuro possono essere vivide quanto quelle del passato. È in questa geografia dell’inconscio che si colloca “Hide Inside the Moon”, il nuovo album di The Mortal Prophets, progetto-mondo ideato dal newyorkese John Beckmann. Più che un disco, è un invito a rifugiarsi in un cosmo pop psichedelico e onirico, dove la canzone smette di essere una struttura e diventa una scena cinematografica, un dipinto emotivo, un sogno condiviso.

The Mortal Prophets non sono una band in senso tradizionale, ma un organismo creativo fluido, una piattaforma mutabile dove Beckmann funge da architetto di visioni. Il suo background nelle arti visive è la chiave: la musica non viene composta, viene messa in scena. Ogni brano è un quadro sonoro che evoca paesaggi – deserti, città al neon, stanze sospese – con una sensibilità che deve tanto al surrealismo beat e al torch song di David Lynch quanto alle architetture ambientali di Brian Eno. In “Hide Inside the Moon”, questa poetica raggiunge una nuova, seducente coerenza.

Beckmann, che firma scrittura, produzione e gran parte degli strumenti, si avvale per questa operazione di due nuove voci, definite con affetto “i ragazzi della strada accanto”: Tanner McGraw alla voce principale e Lawson Mars ai cori. Le loro performance non dominano, ma si dissolvono nel tessuto sonoro, apparizioni eteree che “brillano, si dissolvono e riappaiono come echi allucinati”. Il sound attinge a un immaginario preciso: la fragilità ipnotica dei lavori solisti di Robert Wyatt, il pop spettrale dei Cocteau Twins e dei Mazzy Star, la psichedelia giocosa e inquieta degli esordi dei Pink Floyd con Syd Barrett. Ma l’album possiede anche un riferimento pittorico esplicito, un brano ispirato a Cy Twombly, il cui gesto grafico, tra mito e abbandono, rispecchia la fascinazione della musica per il tempo, la memoria e “il bel disordine del sentire”.

Tracce come la titletrack “Hide Inside the Moon”, “My Future Past” ed “Eyes in the Sky” seguono la logica surreale in cui il futuro sembra un ricordo e il passato una realtà appena inventata. Synth che increspano come miraggi, chitarre che si fondono in immagini prismatiche, atmosfere che respirano e fluttuano invece di correre verso crescendo: è una psichedelia tenera e introspettiva, radicata nell’emozione più che nello spettacolo. La corrente cinematografica, da “Mad Girl’s Love Song” a “Devil Doll”, evoca strade bagnate di pioggia e serate passate seduti nei caffè notturni, mantenendo un’umanità profonda anche quando la realtà sfilaccia ai bordi.

“Hide Inside the Moon” è un atto di devozione all’incanto e all’inquietudine. The Mortal Prophets, con questo lavoro, non raccontano un viaggio onirico: ne costruiscono le coordinate, offrendo un rifugio nella mezzaluna radiante dove nascondersi, per un po’, dalla tirannia del tempo lineare e della realtà non immaginata.

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