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Mad Painter – “Island Poetry”: un viaggio rock tra Hammond, fuochi notturni e paesaggi sonori

C’è un’immagine che ritorna spesso nell’immaginario del rock: quella di un gruppo di persone riunite attorno a un fuoco, su una spiaggia tropicale, sotto una luna piena. Non è solo una scena, è un rituale. È il momento in cui le distinzioni si dissolvono, le parole diventano canto e la musica diventa comunione. I Mad Painter, quintetto del Massachusetts, hanno fatto di questa visione il cuore del loro terzo album, “Island Poetry” , in uscita il 9 ottobre per Epictronic. E non è un caso che il titolo evochi proprio l’idea di un ritiro volontario, quello che ha spinto artisti come Kevin Ayers a cercare un’isola per fare musica senza le pressioni del mondo.

Il disco arriva dopo “Splashed” (2023) e segna una svolta importante per la band. Mentre il lavoro precedente attingeva a un bacino più ampio di materiale, “Island Poetry” è stato scritto quasi interamente dalla formazione attuale, che ha lavorato come un corpo unico. Il risultato è un album più coeso, più pesante e più maturo, che guarda al rock britannico degli anni Settanta con la devozione di chi ha imparato ad amarlo ascoltando i dischi fino a consumarli. L’Hammond organ, suonato dal frontman Alex Gitlin, è il vero protagonista: non un semplice tappeto sonoro, ma una voce che guida il brano, che si fa strumento solista e che aggiunge una dimensione quasi epica a ogni traccia.

Le influenze sono tante e dichiarate: Deep PurpleUriah HeepQueenStatus QuoWishbone AshMotörhead e persino il flavour space-disco dei Nektar. Ma non c’è mai l’impressione di una semplice somma di citazioni. I Mad Painter assorbono queste lezioni e le restituiscono con un suono che è insieme vintage e personale, costruito su chitarre possenti, ritmiche robuste e voci stratificate. La produzione, curata da Tom Hamilton al Lowell Street Sound di Peabody, è volutamente calda e analogica, lontana dalla patina sterile del digitale. È un disco che suona come se fosse stato inciso in una sala piena di polvere e valvole, con quel calore che solo i veri appassionati sanno restituire.

Il singolo che anticipa l’uscita, “Spin Your Ventilator” , è un concentrato di questa energia: un hard rock spudorato e travolgente, con un doppio senso che strizza l’occhio allo spirito di Brian Johnson degli AC/DC. Ma l’album non si ferma qui. Ci sono momenti di art rock alla Moody Blues, aperture più teatrali e persino un omaggio a una delle band più amate dai Mad Painter: la chiusura è affidata a una versione fedele di “Circle of Hands” degli Uriah Heep, un finale che è insieme un inchino e una dichiarazione di appartenenza.

“Island Poetry” è un disco che non si svela al primo ascolto. Chiede tempo, attenzione, la giusta atmosfera. Ma chi gli concede queste cose, viene ricompensato con un viaggio che attraversa decenni di rock senza mai sembrare una lezione di storia. È il suono di cinque musicisti che si sono ritirati su un’isola immaginaria per fare musica. E quella musica, come le storie raccontate attorno a un fuoco, continua a risuonare anche dopo che l’ultimo accordo si è spento.

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