Marzo 2026. Mentre il post-punk, il jazz e l’afrobeat continuano a ibridarsi in mille direzioni, c’è una band londinese che da oltre un decennio fa esattamente questo: Melt Yourself Down (spesso abbreviato MYD, e sì, il nome suona come un comando urgente: sciogliti, fonditi, contaminati). Non sono solo “contaminazione” come concetto astratto – sono la miccia accesa che fa esplodere i generi in faccia, senza chiedere permesso.
Fondati nel 2012 da Pete Wareham (sassofonista ex Polar Bear e Acoustic Ladyland, uno che sa far urlare un sax come pochi), la band nasce da un’idea semplice ma devastante: prendere il punk-jazz britannico (quello di Acoustic Ladyland, The Comet Is Coming), mescolarlo con ritmi nordafricani (Tuareg, Gnawa, Highlife ghanese), funk ossessivo, afrobeat alla Fela Kuti e un’attitudine da riot grrrl/no-wave. Il risultato? Musica che balla, suda, incazza e ipnotizza allo stesso tempo.
Il loro suono è contaminazione pura:
- Sassofono distorto e ripetitivo che sembra un muezzin impazzito (Wareham lo chiama “sax as rhythm instrument”).
- Batteria poliritmica che spinge come un treno merci (è entrato in lineup Dennis Tickles, poi Yazz Ahmed alle trombe, e Ashish Singh al basso – rotazioni continue, ma sempre groove letale).
- Voce di Kushal Gaya (dal 2012): parla/rap/screama in inglese con accento che richiama le strade multietniche di Londra sud, testi su identità, alienazione, resistenza (“Fix My Life”, “Boot and Spleen”, “Pray For Me I Don’t Fit In”).
- Tutto suonato live con energia da pogo-jazz: niente overdub puliti, niente produzione sterile. È crudo, sudato, fisico.

Discografia breve ma esplosiva:
- Melt Yourself Down (2013, Leaf): esordio che spacca. “Fix My Life” diventa un inno underground – sax urlato, ritmi tuareg, punk energy.
- Last Evenings on Earth (2016): più oscuro, psichedelico, influenze desert blues.
- 100%YES (2020): ritorno furioso post-pandemia, con “Crocodile” e “We Are Enough” – testi su resilienza, comunità, rifiuto di conformarsi.
- Pray For Me I Don’t Fit In (2022): il picco recente. Titolo programmatico: prega per me che non ci sto dentro. Brani come “Pray For Me” e “Boh” mescolano jazz free, afro-punk, spoken word. Nel 2024-2025 tour intensi (Latitude, Standon Calling, ecc.), live incendiari.

Perché “la miccia della contaminazione”? Perché Melt Yourself Down non “fanno fusion” per far content carini. Accendono la miccia su divisioni culturali, razziali, di classe: Londra come melting pot che bolle, immigrazione, gentrificazione, marginalità. La loro musica è politica senza prediche – è corpo, è ritmo, è rifiuto di stare fermi in un genere. Contaminano il jazz con il punk per renderlo accessibile, contaminano l’afrobeat con il noise per renderlo arrabbiato, contaminano tutto per dire: “non c’è purezza, c’è solo ibrido, e l’ibrido è potenza”.
Nel 2026, con il mondo ancora diviso e la musica che rischia di diventare algoritmo-friendly, loro sono lì: sax in faccia, groove che non molla, voce che urla “I don’t fit in” come sfida. Accendi la miccia, e vedi cosa brucia.
Se non li hai ancora visti live, preparati: è come se Fela Kuti incontrasse The Pop Group in un rave nordafricano. E non si spegne.
Articolo di Jesus Doe
https://www.instagram.com/jesus_doe_underground_music
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