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“Ivana Kupala”: il Solstizio e il Canto che Attraversa i Popoli

C’è una notte, ogni anno, in cui il fuoco e l’acqua si incontrano. Non è una notte qualunque. È la notte più corta dell’anno, quella in cui il sole raggiunge il suo zenit e la terra sembra trattenere il respiro. Per migliaia di anni, in tutta Europa, quella notte è stata celebrata con riti che oggi chiameremmo “pagani”, ma che in realtà non sono altro che il riconoscimento di un legame atavico, necessario, tra l’essere umano e la terra che lo ospita. Falò accesi per prolungare la luce, salti sopra le fiamme come gesto di purificazione e coraggio, corone di fiori sul capo delle donne a simboleggiare la pienezza del cerchio solare, bagni nelle acque fluviali e lacustri per lavare via le impurità e rigenerarsi. Non c’era superstizione in quei gesti, o almeno non solo superstizione. C’era un sapere antico: quello che il fuoco brucia, l’acqua purifica, la terra nutre e l’aria respira, e che l’uomo è fatto delle stesse sostanze del mondo che lo circonda.

Photo by Ivan Philipp Fedorov

Poi arrivò il cristianesimo. E quelle celebrazioni, che non chiedevano permesso a nessun dio per esistere, divennero scomode. Vennero etichettate come “pagane”, relegate ai margini, talvolta perseguitate. Non si poteva più parlare apertamente di Festa del Solstizio, pena l’accusa di idolatria o peggio. Ma il bisogno di celebrare il ciclo delle stagioni, di onorare il momento in cui la terra è più generosa, era più forte di qualsiasi interdetto. Così, in molte parti d’Europa, i riti antichi trovarono il modo di sopravvivere. Si camuffarono, cambiarono nome, si adattarono al nuovo linguaggio senza rinunciare alla loro sostanza. E una delle soluzioni più ingegnose fu quella escogitata dalle stirpi slave dell’Europa orientale. Per aggirare l’ostacolo, chiamarono il rituale del bagno del solstizio con il nome di “bagno di San Giovanni”. Nella loro lingua: “Ivana Kupala”. Un nome che combinava la figura del Battista con l’antica radice slava kupati, che significa “immergere”, “bagnare”. Un compromesso perfetto: la Chiesa poteva riconoscere il santo, il popolo poteva continuare a celebrare il rito. La festa sopravvisse, e sopravvive ancora oggi, in Ucraina, Russia, Bielorussia, Polonia, Lituania. Falò, corone di fiori gettate nei fiumi per predire il destino, danze intorno al fuoco, canti che parlano di amore e di morte, di luce e di tenebra. Riti che non sono mai stati “pagani” nel senso dispregiativo del termine, ma che rispondono a qualcosa di più profondo: il bisogno umano di riconoscersi parte di un tutto più grande, di sincronizzarsi con il respiro della terra, di celebrare la vita che rinasce anche quando tutto intorno sembra volerla spegnere.

E oggi, in un’epoca di conflitti e divisioni, quel rito ancestrale torna a parlare con una voce che è insieme antica e urgentemente contemporanea. Domenica 5 luglio 2026, a Trieste, in Piazza Verdi, l’Associazione Culturale Rodnik ha organizzato uno spettacolo dedicato all’antica festa slava di Ivana Kupala. Non è una rievocazione folkloristica, non è un evento turistico. È qualcosa di molto più grande. Rodnik – parola che in russo significa “sorgente”, “fonte” – è un’associazione nata a Trieste nel 2009, composta da ucraini, russi, serbi e italiani. Persone che, indipendentemente dalla nazionalità, hanno scelto di considerarsi “amici-fratelli”, e che negli ultimi anni hanno fornito aiuto concreto a chi è fuggito dalla guerra, sia ucraini che russi. In un momento storico in cui i confini si sono fatti più taglienti, in cui le parole “ucraino” e “russo” sembrano destinate a stare su due fronti opposti, Rodnik ha scelto di fare l’esatto contrario. Ha scelto di ricordare che le radici sono più profonde dei conflitti, che la cultura è più resistente delle armi, e che la musica può ancora essere un linguaggio totale, capace di unire ciò che la politica ha diviso.

Al centro di questa celebrazione, un gesto dal valore simbolico elevatissimo. Denise Cannas, fondatrice e cantante della band Uttern, canterà la pace. Lo farà in abiti tradizionali, come un’antica sacerdotessa che riporta in vita i riti della dea madre. E lo farà in un momento dell’anno che è particolarmente significativo per le tradizioni antiche, quel solstizio d’estate che gli slavi chiamano Ivana Kupala e che in tutto il Mediterraneo si celebra come la notte di San Giovanni. Il canto di Denise non sarà solo un’esibizione musicale. Sarà un atto di comunione. Un ponte gettato tra culture che la guerra vorrebbe separate, tra popoli che condividono le stesse radici e lo stesso bisogno di pace.

La scelta di Denise Cannas come voce di questo messaggio non è casuale. Le Uttern sono un gruppo di Donne che da sempre si muove su un crinale sottile tra musica, spiritualità e ricerca identitaria. Il loro è un suono che attinge alle tradizioni pagane dell’Europa antica, ai riti sciamanici, alla musica e alla vocalità arcaica. Non è un revival folkloristico, ma un tentativo di riconnettere il pubblico a quella che Denise chiama “l’antica spiritualità millenaria dell’Europa pagana”. E in questo tentativo, la voce di Denise diventa qualcosa di più di una semplice interpretazione: diventa un veicolo per un’energia che è insieme individuale e collettiva, intima e universale.

E così, domenica 5 luglio, Piazza Verdi a Trieste si trasformerà per una notte in un luogo fuori dal tempo. Ci saranno i canti e i balli tradizionali, i girotondi intorno al fuoco simbolico, il lancio in acqua delle coroncine di fiori per predire il destino. Ci saranno le forze della natura – fuoco, acqua, terra, aria – che torneranno a parlare attraverso le persone. E ci sarà quel canto di pace, intonato da Denise Cannas, che risuonerà come una benedizione spirituale per tutti i popoli, e in particolare come un augurio potente per la fine della guerra.

L’evento è gratuito e aperto a tutti. Non è un raduno politico, non è una manifestazione. È un invito a ricordare le nostre radici, a riconoscere che la musica è il linguaggio più antico che abbiamo, e che il suo potere non è mai stato solo estetico. È un potere di connessione, di guarigione, di resistenza. Un potere che, in un’epoca di frammentazione, potrebbe essere l’unica ancora di salvezza che ci resta.

Perché la verità, forse, è questa: le guerre passano, i confini si spostano, le ideologie si consumano. Ma il solstizio torna ogni anno. E ogni anno, da qualche parte, qualcuno accende un fuoco, intreccia una corona di fiori, si immerge nell’acqua e canta. Non per sfidare il potere, non per negare la storia. Per ricordare che siamo fatti della stessa terra che calpestiamo, che il ciclo si rinnova sempre, e che la musica – quella vera, quella che viene da prima delle parole – può ancora salvarci.

Buona Ivana Kupala a tutti. Che il fuoco purifichi, che l’acqua lavi via l’odio, e che il canto di Denise, in quella notte di solstizio, arrivi dove deve arrivare.

Bruno Giraldo

Contatti:

Associazione Rodnik https://www.facebook.com/p/Associazione-folkloristica-rodnik-100063697354077/

Denise Cannas https://www.facebook.com/denise.cannas

Uttern https://utternofficial.com/

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