Parlare di Beta Libre come “un’artista che ha lasciato l’opera per fare musica elettronica” sarebbe riduttivo. È come dire che una fenice è “un uccello che ha smesso di essere cenere”. La verità è più complicata, più interessante, e molto più viscerale.
Benedetta Gaggioli – questo il suo nome prima della metamorfosi – si è formata come soprano, ha vinto concorsi internazionali, ha cantato nei teatri più importanti d’Europa. Poi, nel 2021, qualcosa si è rotto. O forse si è aperto. Ha costruito un piccolo studio di registrazione, si è circondata di sintetizzatori analogici, drum machine, campionatori, e ha dato vita a Beta Libre. Il suo primo album, Winter Circle, era un ciclo invernale di attesa e introspezione. Il secondo, The Roots and the Blue, uscito il 17 aprile 2026, è il presente: la caduta e la risalita, la ferita e la guarigione, il momento in cui si smette di subire e si inizia a reagire.
Quattordici tracce che attraversano electro-rock, dark R&B, art pop, sperimentazione. Un disco che parla di trasformazione, di radici che affondano nella terra e rami che si allungano verso il cielo. Di dolore, desiderio, identità, rinascita. E lo fa con un linguaggio cromatico preciso: blu come il mare e la libertà, rosso come il sangue della rinascita, nero come la notte interiore, viola come la sintesi mistica.
Ho parlato con Benedetta – con Beta Libre – per capire cosa significa abbandonare una carriera sicura per inseguire una voce più autentica, come si trasforma il caos in creatività, e perché a volte bisogna sporcarsi le mani di radici per poter volare.

Benvenuta Beta sulle pagine di Brio Media Group. Come stai? Che momento stai attraversando mentre rispondi alle domande di questa intervista? Sono molto curioso di sentire le tue risposte.
In realtà sto attraversando un momento molto intenso, sospeso tra sconforto ed entusiasmo. Ormai mi sto abituando a queste emozioni forti che accompagnano la condivisione della mia musica.
Sto ricevendo riscontri molto positivi sul nuovo album, e questo mi conforta, ma oggi è davvero difficile raggiungere le persone a cui potrebbe piacere ciò che faccio: le piattaforme di streaming vengono invase ogni giorno da decine di migliaia di nuovi brani (e quasi la metà di questi sono fatti con l’IA), mentre i social media spesso premiano contenuti veloci e superficiali. Io invece sento il bisogno di profondità, autenticità, lentezza.
È un momento in cui devo ricordarmi ogni giorno perché ho scelto questo percorso: faccio musica per stare meglio, per elaborare ciò che vivo su più livelli, per seguire il mio bisogno di espressione libera e sperimentare con suoni e parole. E ovviamente per condividere emozioni, dubbi e riflessioni con chi mi circonda.
Beta, hai studiato canto lirico, hai vinto concorsi, hai calcato palchi importanti. Poi hai mollato tutto per fare musica elettronica con sintetizzatori e drum machine. Quanto è stato spaventoso quel salto? E cosa ti manca, se ti manca qualcosa, di quella vita?
Tremendamente spaventoso. Ho ricevuto molte critiche per questa scelta. Ho abbandonato una carriera costruita attraverso anni di studio intenso, audizioni, concorsi. In un certo senso ho lasciato il ruolo dell’interprete classica per cercare qualcosa di più libero: oggi sono un essere ibrido ed eclettico, che non rinnega le proprie radici ma sente il bisogno di andare oltre, sperimentare, esprimersi senza confini rigidi. Non sono più soltanto un’interprete: finalmente posso scrivere, creare e produrre la mia musica.
Non mi manca quasi nulla di quella vita, tranne forse la sicurezza economica, che non è poco. Continuo comunque a lavorare nell’ambito della musica contemporanea, dove sento più apertura verso il mio lato ibrido, e questo mi permette di portare avanti anche la ricerca vocale e alcuni repertori lirici nuovi.
Il tuo primo album si chiamava Winter Circle, un ciclo invernale. The Roots and the Blue è la primavera? O qualcosa di più complicato? Come descriveresti il passaggio da un disco all’altro, emotivamente?
Forse è l’inizio della primavera: marzo, aprile… quando tutto rinasce ma i rami sono ancora spogli. Si percepisce il desiderio di riscatto e trasformazione, ma in una forma ancora instabile e potenziale. I fiori non sbocciano subito: si preparano, sperando che una gelata improvvisa non li uccida.
Nell’album convivono due forze opposte: una più esplosiva, estroversa e caotica, dove rabbia e sofferenza diventano energia di cambiamento; e una più intima, malinconica e riflessiva, legata al rapporto con l’ignoto e con il futuro.
Non saprei ancora definire davvero il passaggio tra i due album. Forse non l’ho compreso fino in fondo nemmeno io. So soltanto che tutto è fluito in modo molto spontaneo.
Al centro del nuovo album c’è l’immagine di un albero: radici nella terra, rami verso il blu. È una metafora potente. Tu ti senti più radice o più cielo? E in che momento della tua vita hai sentito il bisogno di affondare per poterti espandere?
È dall’adolescenza che convivo con questa lotta. Per anni ho sentito il bisogno di sprofondare e, allo stesso tempo, di liberarmi da ogni radice: dai ruoli troppo stretti, dalle aspettative, dalle definizioni. Ho cercato leggerezza e libertà viaggiando, esplorando identità diverse, inseguendo continuamente qualcosa che non riuscivo ad afferrare.
Mi sentivo divisa tra queste due tendenze opposte, e oggi sono felice di aver compreso che possono coesistere. Abitare questo contrasto mi fa stare bene. Ho bisogno di esplorare le profondità oscure per potermi alzare in volo più leggera. Non devo più scegliere tra radici e cielo. Anche emotivamente è così: posso restare un’inguaribile sognatrice e allo stesso tempo radicarmi nella volontà, nella fiducia e nella costanza.
Parli di un linguaggio cromatico: blu, rosso, nero, viola. Se dovessi associare una di queste colorazioni a un momento preciso della tua vita – qualcosa che è successo davvero – quale sarebbe? E perché?
Il blu sono i viaggi in Thailandia e Indonesia: il mio periodo più leggero e libero. Da sola, con uno zaino, pochi soldi e tanta voglia di fluire. Era anche il periodo in cui facevo molte immersioni subacquee e in cui è nato il mio amore profondo per il mare, che permea spesso la mia musica (nell’album precedente c’era Water, in questo c’è Jellyfish).
Il rosso è una relazione tossica e ossessiva che mi ha torturato per diversi anni (ne parlo in Guilty). Ma è anche la scoperta del desiderio, di ciò che è sensuale e della rabbia come fonte di cambiamento e crescita.
Il viola è la spiritualità che ho ritrovato negli ultimi anni: una fede nell’energia caotica universale, nella natura, nell’ignoto a cui dobbiamo affidarci. Ne parlo in tanti brani del nuovo album (Chaos, The Unknown, Something remains…). Sicuramente deriva dal mio avvicinamento alla meditazione Vipassana (nel 2019 ho fatto uno di quei ritiri durissimi di 10 giorni in cui non si può parlare, ci si sveglia alle 4 e si sta tutto il giorno a meditare).
Il nero è la lotta interiore, l’esplorazione del mio mondo profondo, il lutto e la perdita. È legato soprattutto a quando avevo dodici anni e mi sono scontrata per la prima volta con la realtà sviluppando un rapporto intenso con l’oscurità e con il pensiero della morte (ne parlo nel mio brano Sweet).
Nei brani si alternano momenti di intimità malinconica e esplosioni più ruvide, quasi grunge. È una scelta consapevole o è il riflesso di come vivi le emozioni: a ondate, senza controllo? Cosa ti fa passare da una all’altra?
È decisamente il modo in cui vivo le emozioni. Sono molto intense, a volte troppo. Negli ultimi anni ho imparato a controllare meglio le mie reazioni, ma continuo a vivere tutto in modo estremamente viscerale: intuizioni improvvise, lampi di rabbia, momenti di malinconia… cerco di accogliere ogni stato emotivo senza reprimerlo. Ascolto ciò che succede dentro di me, con la consapevolezza che, prima o poi, tutto passerà. E che queste emozioni possono trasformarsi in parole e suoni, se mi prendo il tempo e lo spazio necessari per compiere questo rituale.
Insomma, è un ciclo imprevedibile e disturbante, quasi violento, ma sto imparando a gestirlo e a conviverci. A volte anche a dargli sfogo e senso attraverso la creatività.

La title track, The Roots and the Blue, è dark R&B contemporaneo. È il cuore concettuale del disco. Quando hai capito che quella canzone sarebbe stata il centro di tutto? E cosa ha che le altre non hanno?
Musicalmente non credo sia il brano più rappresentativo del mio stile, ammesso che io ne abbia uno definito. Anzi, è piuttosto distante da molti miei pezzi. Però a livello concettuale rappresenta ciò che ho compreso negli ultimi anni.
Non c’è conflitto, non c’è una vera narrazione: c’è una forma di saggezza, un frutto che sento di aver finalmente raccolto e che non voglio smettere di assaporare. Dentro ci sono riferimenti a Thoreau, a ciò che ho imparato osservando la natura e un’accettazione profonda della realtà e dei suoi cambiamenti.
Nel disco ci sono brani che parlano di ferite e di cura (Wound), di dipendenza emotiva (Guilty), di rivendicazione dell’identità outsider (Weird, Chaos). Qual è stata la canzone più difficile da scrivere, quella che ti ha chiesto più coraggio? E cosa hai imparato di te stessa mentre la scrivevi?
Non riesco a sceglierne solo una! Direi Resurrection perché all’inizio mi sembrava un’idea troppo assurda e provocatoria associare la resurrezione cristiana a un argomento tabù come le mestruazioni.
Feather invece è stata difficile perché stavo cercando di accettare la morte di una persona cara, l’impossibilità di averla ancora vicina. Questo processo ha portato anche Something remains. Ho imparato che ho bisogno di spiritualità, di credere che siamo parte della stessa cosa e che, quindi, in questa unità possiamo continuare ad inseguirci e ritrovarci.
Anche Tiger è stata molto complessa perchè ero convinta di dover sempre perdonare, porgere l’altra guancia ma mi sono dovuta ricredere: dopo numerosi traumi e violenze subite, adesso voglio essere pronta a scattare per difendermi. Ho bisogno di sentirmi forte e decisa, in grado di gestire la mia vita come più desidero senza accettare le ingerenze altrui.
Il tuo percorso artistico è anche un percorso femminista: parli di molestie trasformate in rinascita, di rivoluzioni femministe, di sorellanza. Quanto è importante per te che la tua musica sia politica, anche quando non lo sembra? E c’è un messaggio che vuoi lasciare alle donne che ascoltano il tuo disco?
È fondamentale, cioè credo profondamente che il personale sia politico e che sia importante condividere sia ciò che ci accade, sia gli strumenti che usiamo per rialzarci e combattere. Non uso slogan espliciti (tranne forse in Matriarchy del mio album precedente) ma parlo tanto della necessità di ricordarci che condividiamo le stesse fragilità e debolezze, che siamo unitə in questo, e allo stesso tempo siamo persone diverse, con capacità e aspirazioni differenti, che vanno seguite e valorizzate.
Alle mie compagne direi solo: fate arte, esprimetevi, fate sentire la vostra voce, prendetevi gli spazi di cui avete bisogno per crescere, senza mai dimenticare che siamo sorelle, tutte sulla stessa barca. Ci hanno educate a stare zitte e composte, a essere dipendenti e indulgenti, ma possiamo uccidere l’angelo del focolare, come diceva tanti anni fa Virginia Woolf, ed essere gli esseri selvaggi e variopinti che siamo davvero.

Chiudi l’album con Something Remains, un brano sospeso e minimale che parla di malinconia ma anche di una fiducia sottile. Cosa resta, per te, nonostante tutto? E cosa speri che resti a chi ascolta, dopo che l’ultima nota è finita?
Per me resta l’amore, la cura, la gentilezza, l’attenzione che diamo agli altri esseri, alla terra. Ogni gesto di cura e gentilezza non sarà mai sprecato o dato invano.
Il mio album attraversa rabbia, dipendenze emotive, pensieri suicidi, momenti di rivendicazione e liberazione e approda a una fiducia viscerale. Alla consapevolezza del bisogno che abbiamo di affidarci: di credere che nulla di ciò che facciamo sia vano o privo di senso, che viviamo travagliati viaggi quotidiani ma alla fine in qualche modo torniamo sempre a casa, al nostro mondo interiore dove possiamo trovare la pace.
Ultima domanda, e poi ti chiedo un messaggio per i lettori di Brio Media Group. I nostri lettori sono per lo più italiani, e spesso faticano a vedere l’Italia come un paese capace di produrre musica coraggiosa e sperimentale come la tua. Cosa vorresti dire a chi ascolta la tua musica per la prima volta e magari si sente spaesato? E lasciaci una frase che possa accompagnare chi sta attraversando la sua personale metamorfosi, senza sapere ancora cosa diventerà.
Vorrei invitare le persone ad ascoltare la mia musica, anzi, tutta la musica, con lentezza e profondità. Non soltanto in superficie, ma cercando di assorbire i significati impliciti e di entrare nell’architettura sonora, come se fosse un mondo sconosciuto da attraversare.
Vi lascio con una frase del mio brano The Unknown:
“What remains is blessed or cursed, what I choose is the unknown.”
Ciò che conosciamo già non può soddisfarci completamente. A volte dobbiamo saltare e affidarci all’ignoto. Non possiamo sapere esattamente in cosa ci trasformeremo durante le nostre metamorfosi, perchè tutto cambia continuamente e non possiamo avere il controllo su ogni cosa. Possiamo scegliere, esercitare la nostra volontà e poi abbandonarci al flusso per vedere dove ci porterà. A me ha portato qui. E sono curiosa di scoprire quale sarà la prossima tappa.
Intervista a cura di Bruno Giraldo per BrioMediaGroup
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