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Intervista esclusiva: Buena Madera e il “Core” stoner dalla provincia veneta

La provincia veneta continua a sfornare realtà musicali dall’impatto granitico, e i padovani Buena Madera ne sono l’ennesima riprova. Attivi con questa monolitica formazione a tre fin dal 2017, la band mescola sapientemente le atmosfere desertiche e pesanti dello stoner con incursioni nel doom, nello sludge, fino a sfiorare territori noise e progressive.

Il loro ultimo lavoro, Core, pubblicato a dicembre 2024 e interamente autoprodotto, è una dichiarazione di intenti fin dalla scelta dei titoli: dieci tracce battezzate esclusivamente con parole di quattro lettere (da Vodk a Rasa, passando per Biza e Naga). Si tratta del successore del loro debutto Zero (2020), e segna un’evoluzione marcata verso un sound ancora più scuro, organico e privo di filtri. Registrato dal trio composto da Renato Rancan (voce e chitarra), Chris Galletta (voce e basso) e Mirco Gordiani (batteria), Core fugge deliberatamente dalla perfezione clinica delle produzioni moderne. La band ha optato per una registrazione dal sapore grezzo e quasi “live”, capace di esaltare la componente fisica della loro musica. Il corpo delle chitarre è ruvido e friabile, supportato da una sezione ritmica ipnotica e ben annodata. La voce di Rancan emerge come uno strumento aggiunto, muovendosi tra falsetti distorti, riverberi lisergici e lamenti di chiara matrice grunge, contribuendo allo spessore del tappeto sonoro anziché sovrastarlo.

I brani sono nati come risposta a un mondo sempre più disorientato, esplorando temi come la follia, l’insicurezza e l’alienazione. Tracce come “Biza” o “Naga” mostrano due anime della band: la prima spinge l’acceleratore su groove viscerali e ritmiche fatte apposta per far muovere la testa, la seconda si inoltra in territori quasi mistici e dilatati. Gli ultimi brani dell’album virano verso uno sfacelo sonoro affascinante, chiudendo il disco con un senso di decostruzione emotiva che ricorda i migliori lavori degli anni ’90.Core non è un disco da ascoltare in sottofondo: è un muro di suono che richiede attenzione, destinato a chi ama il metal suonato con le viscere prima ancora che con la tecnica.

L’INTERVISTA A CURA DI JESUS DOE

JD – Benvenuti sulle pagine di BrioMediaGroup ragazzi. Entriamo subito nel vivo. La tracklist di Core salta subito all’occhio: dieci brani, tutti rigorosamente con titoli di quattro lettere. Si tratta di una scelta puramente estetica e grafica o c’è un concept numerico/simbolico dietro questa costrizione linguistica?

BM – Ciao a tutti. La scelta delle quattro lettere deriva dal nostro modo di comporre, ci registriamo sempre in sala prove e quando nasce una bella jam o anche solo un riff interessante lo salviamo al volo, e la prima parola di quattro lettere che salta fuori diventa il nome della canzone, solo a posteriori ci divertiamo a trovarci un significato. Quindi è più un vezzo, ma anche un modo per avere un’istantanea delle nostre idee e per ricordarci di rimanere essenziali senza sbrodolare.

JD – Avete dichiarato che Core è stato registrato in uno stile volutamente grezzo, ignorando la ricerca di perfezione chirurgica tipica del metal moderno. Qual è stato il limite che vi siete imposti in studio per evitare di “ripulire” troppo i pezzi e mantenere intatta la vostra identità live?

BM – Di necessità virtù, abbiamo pochi mezzi a disposizione ma vogliamo avere il controllo totale sul nostro suono. Molti gruppi dal vivo usano vari stratagemmi per suonare bene come da disco, noi facciamo il contrario, volevamo che il disco suonasse come le nostre prove. Quindi niente trigger, amplificatori virtuali, autotuner o quantizzazioni, solo un po’ di eq e compressione, due take di chitarra e voci. Il suono inevitabilmente diventa più “povero” rispetto ad altre produzioni ma ci piace riascoltarci e sentire che siamo proprio noi, spero che la cosa arrivi al pubblico.

JD – In molti passaggi del disco, le linee vocali si fondono completamente con la distorsione di basso e chitarra, diventando parte integrante del “muro di suono” più che un elemento narrativo staccato. Quanto è importante per voi che il testo passi in secondo piano rispetto alla frequenza emotiva del canto?

MD – Non è che il testo non sia importante, ma come dite voi è fuso con la musica, che viene sempre scritta prima, poi ascoltiamo il pezzo e cerchiamo di capire cosa esprime, traslandolo in parole. In un certo senso vogliamo far cantare i riff.

JD – Il disco parla di disorientamento, rabbia e alienazione in un mondo fuori asse. Quanto ha influito l’ambiente della provincia padovana e del nord-est italiano nella scrittura di queste atmosfere chiuse e al tempo stesso esplosive?

BM – Molti testi son stati scritti durante la pandemia, a pochi chilometri da Vo’, il primo focolare italiano. Vi sfido ad affrontare la quarantena nella nebbia della campagna veneta, diciamo che è stato formativo, e di certo ha influito molto nei testi e nelle atmosfere.

JD – Sappiamo che state affrontando un rinnovamento della line-up per i live futuri, con l’ingresso di Enrico Babolin alla batteria per dare una direzione ritmica ancora più “materica e fisica”. In che modo i brani di Core cambieranno pelle dal vivo con questo nuovo assetto?

BM – Sì, alla fine del 2025 abbiamo cambiato batterista, dando il benvenuto a Babu. I brani son diventati più naturali e musicali, ha un modo di suonare molto dentro la canzone che ci permette di esprimerci con più dinamica. I primi concerti sono stati ottimi, le sensazioni fluivano libere. Ora stiamo già registrando il primo singolo con la nuova formazione, intitolato Cina, che uscirà tra non molto.

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