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INTERVISTA ESCLUSIVA ai NODAY

Ho ascoltato “Occhiali da sole” dei Noday in una di quelle giornate in cui il mondo fuori sembra troppo rumoroso, troppo invadente, troppo tutto. E per tre minuti e spicci, ho capito cosa significa volersi tirare fuori. Non scappare, badate bene: proteggersi.

La band emiliana, nata nella provincia tra Reggio e Modena a fine 2023, torna con “Occhiali da sole”, il secondo singolo che anticipa l’EP d’esordio Solo stare solo, in arrivo l’8 maggio per Dear Gear Records e l’inglese Shore Dive Records. Dopo l’esordio di “30 gradi”, che già aveva mostrato le loro credenziali, questo nuovo brano sposta leggermente l’equilibrio verso il grunge, ma con un tocco di personalità che fa tutta la differenza.

Le chitarre distorte ci sono, certo, ma non sono lì per fare male: accompagnano, avvolgono, creano una coltre sonora che protegge invece di aggredire. La melodia resta in primo piano, nitida, e il ritornello – quel “voglio stare a casa con gli occhiali da sole” – si infila nella testa con una naturalezza che farebbe invidia a qualsiasi singolo da classifica. Perché sì, questo è un brano che ha la credibilità per stare nei circuiti underground e la pulizia per girare anche in radio major. E questo va detto subito.

Il testo parla di isolamento, ma non nel senso depresso del termine. Parla del bisogno legittimo di staccare, di mettere un filtro tra sé e un mondo che spesso pretende senza chiedere. Gli occhiali da sole diventano simbolo di difesa emotiva, uno scudo leggero ma efficace contro ansie sociali e aspettative altrui. E chi non si è mai voluto tirare fuori, almeno per un pomeriggio?

Ho chiacchierato con Enrico, Veronica, Manuel e Marco per farmi raccontare come nasce una canzone così, cosa significa fare questo genere in italiano, e perché a volte la scelta più rivoluzionaria è semplicemente stare a casa con i propri occhiali da sole.

“Occhiali da sole” è un titolo che racconta subito un’immagine mentale: qualcuno che sta a casa, in disparte, con gli occhiali addosso anche se fuori non c’è sole. Come vi è venuta questa idea? È nata prima l’immagine o il suono?

Crediamo che gli occhiali da sole siano più che un accessorio, sono uno strumento che oltre a proteggere dalla luce preservano dall’esporre sentimenti e fragilità, uno schermo tra sé e il mondo esterno. Dopotutto gli occhi sono lo specchio dell’anima, no? Nello specifico, l’idea di stare in casa con gli occhiali da sole è nata in un momento delle nostre vite di particolare dissociazione, in cui tutto quello che si faceva o diceva sembrava sbagliato e sparire sembrava l’unica soluzione. Lì è nata la frase “Voglio stare a casa con gli occhiali da sole”, che suona un po’ come la cosa più vicina allo scomparire. Il resto del testo e la musica poi sono usciti quasi in automatico, come se il pezzo fosse già stato scritto senza saperlo.

Come nasce generalmente una canzone dei Noday? Si parte da un riff, da un’idea vocale, da un’immagine? E in particolare, “Occhiali da sole” ha avuto un percorso di scrittura diverso dagli altri brani?

Di solito creiamo le bozze di testo e musica in binari diversi, la cartella “riff” e il quadernino dei testi/pensieri/riflessioni seguono percorsi separati finché non vengono uniti e rimodulati in funzione dell’altro. Per Occhiali da sole è andata diversamente: come accennato prima è nato tutto dalla frase “Voglio solo stare solo con gli occhiali da sole” e il resto è venuto da sé.

Il ritornello è di quelli che si ricordano dopo un ascolto solo. Quando l’avete scritto, avevate già la sensazione di avere tra le mani qualcosa di speciale? O è cresciuto dopo con gli arrangiamenti e il mix?

Effettivamente fin dalle prime prove eravamo d’accordo sul fatto che il brano dovesse uscire come singolo, ma non lo abbiamo mai preso troppo sul serio. Abbiamo iniziato a renderci conto di avere qualcosa di interessante tra le mani quando al nostro primo live al Mattatoyo di Carpi il pubblico ha iniziato a cantare il ritornello di “Occhiali da sole”, subito dopo aver finito di suonarla.

Cantare in italiano, in un genere che spesso guarda all’estero, è una scelta coraggiosa. Come vi siete trovati a far convivere le parole con le chitarre? Ci sono testi che funzionano meglio in inglese e altri che chiedono di essere nella nostra lingua?

Sicuramente il genere si presta molto di più alla lingua inglese, ma oggi la scena shoegaze si sta popolando sempre più di band che scelgono questo percorso. Oltre agli storici Cosmetic vogliamo menzionare Satantango, Brina, Lamoureux e Vera Slo. Per quanto ci riguarda, la scelta dell’italiano è pragmatica, volevamo cercare di suonare autentici utilizzando la nostra lingua madre, senza dover forzare un finto accento “british” e rischiare di non suonare credibili a causa di una pronuncia improbabile.

Il testo parla di volersi isolare, di mettere un filtro tra sé e il mondo. In un’epoca in cui siamo sempre connessi e raggiungibili, questa è quasi una forma di resistenza. Vi riconoscete in questa idea di “protezione silenziosa”?

In generale, siamo sempre più bersagliati da modelli sociali insostenibili, la cui conseguenza è un perenne senso di inadeguatezza. Quindi sì, ogni tanto è necessario sfuggire dalla F.O.M.O. e prendersi momenti offline di decompressione. 

Venite dalla provincia, tra Reggio e Modena. Si dice spesso che lì si faccia buona musica perché c’è più spazio per annoiarsi e suonare. Quanto è vero per voi? E com’è far parte della scena underground emiliana oggi?

È così, Noi siamo cresciuti con i video di MTV e chiudersi in sala prove era spesso e volentieri l’unica attività da fare oltre alle impennate coi motorini. Guardavamo le scene delle grandi città con ammirazione e invidia, come se le cose importanti accadessero altrove. Col tempo però abbiamo imparato ad apprezzare i nostri territori, ma forse stiamo solo invecchiando.

Come scena musicale dobbiamo tristemente constatare che ci sono molte meno venue ma anche gruppi attivi rispetto ad alcuni anni fa. Questo è un peccato perché la zona tra Reggio e Modena in particolare è stata la culla di progetti iconici come CCCP, Offlaga Disco Pax, Giardini di Mirò, Julie’s Haircut. Ci piacerebbe in futuro incentivare una rete tra band per aiutarsi a vicenda.

Avete già condiviso il palco con nomi importanti come Gazebo Penguins, Cosmetic, Paerish. Cosa vi portate dietro di quelle esperienze? C’è un consiglio o un momento che vi ha fatto crescere particolarmente?

Siamo molto felici di aver avuto queste occasioni, soprattutto per un progetto appena nato e con così poco materiale fuori. Una delle cose che ci dà più soddisfazione in occasione delle aperture ad artisti importanti è vedere durante il nostro set persone cariche sottopalco, invece che fuori a fumare o al bar in attesa degli headliner. Inoltre, ci ha fatto molto piacere notare i vari membri delle band che escono dal backstage per ascoltare qualche nostro pezzo.

Il mix di Maurizio Baggio regala al brano una patina pulita ma non fredda, professionale ma viva. Com’è stato lavorare con lui? E quanto è importante per voi trovare il giusto equilibrio tra suono “vero” e produzione curata?

Con Icio in realtà abbiamo lavorato a distanza ma nonostante questo ci siamo trovati molto bene. Conoscevamo già il suo modus operandi perché Enrico ha già collaborato con lui, ed è stata praticamente la prima scelta. Quello che ci ha colpito è che ha capito subito lo spirito del progetto. Con pochissime indicazioni è riuscito a far suonare i pezzi ancora meglio di come ci aspettassimo.

Per noi è molto importante la cura del suono. Da bravi nerd abbiamo deciso di suonare le batterie vere in studio e fare i reamp delle chitarre con amplificatori e pedalini, cercando di bilanciare la ruvidezza che richiede il genere (anche perché siamo più pestoni che virtuosi) con la cura per i dettagli. 

Nel darci una mano in questo percorso sono stati fantastici anche Alberto Paderni con cui abbiamo registrato le batterie, Lorenzo Di Girolamo e Nicole Fodritto che ci hanno aiutato nelle riprese di chitarre e voci e Daniele Mandelli con cui abbiamo reampato tutti i suoni di chitarra all’Elfo Studio in provincia di Piacenza.

“Voglio stare a casa con gli occhiali da sole” è una frase semplice, ma dice tanto. Ognuno di voi avrà avuto momenti in cui ha sentito quel bisogno: chiudersi, proteggersi, sparire un po’. Qual è stato l’ultimo momento in cui uno di voi l’ha provato davvero, nella vita di tutti i giorni?

Ci capita praticamente tutti i giorni, ci chiuderemmo in casa con gli occhiali da sole per il senso di colpa per una frase detta in un momento di rabbia o a seguito di una conversazione con il prozio che non smette di chiederti quando penserai alle cose serie e metterai sù famiglia.

Ultima domanda: a chi vorreste che arrivasse “Occhiali da sole”? C’è un ascoltatore ideale che immaginate mentre suonate – magari qualcuno che ha bisogno di sentirsi dire che va bene anche solo voler stare a casa per un po’, al riparo, con i propri pensieri e un paio di occhiali da sole a fare da scudo?

Un nostro amico una volta ha detto che ascoltiamo musica alta che suoni più forte dei brutti pensieri. Ci piace pensare che la nostra musica sia ascoltata a volume alto per questo motivo.

Siamo consapevoli che il nostro genere appartiene a una nicchia, ma sarebbe bello se il pezzo potesse arrivare a tante persone che per alcune ragioni si sentono inadeguate per poter far sapere loro che non è sbagliato prendersi un momento di detox dal mondo fuori.

Intervista a cura di Bruno Giraldo.

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