C’è una voce, in “Rooms to let” , che non si fa da parte. È lì, in primo piano, talmente vicina da sembrare un sussurro nell’orecchio. Non canta: racconta. E il racconto è magnetico, ipnotico, ma anche inquietante – di quelle storie che ti affascinano mentre ti fanno guardare le spalle. I Saline Grace, progetto di Ricardo Hoffmann, hanno pubblicato questo singolo il 4 maggio in anticipazione dell’album “The Tree of Knowledge” , in uscita il 18 maggio. E già da solo, questo pezzo merita un ascolto che va oltre la musica, oltre il genere, oltre la canzone.
Hoffmann non descrive paesaggi. Li evoca. Costruisce atmosfere intere senza bisogno di muri di chitarre o arrangiamenti stratificati. La sua voce è un narratore che ti prende per mano e ti conduce in un luogo che non sai bene dove sia – forse una stanza in affitto in una città di frontiera, forse una prateria al tramonto, forse l’anticamera di un incubo. L’arrangiamento è minimale, essenziale, ogni nota al posto giusto per creare lo spazio in cui il racconto possa svolgersi senza interferenze. Non c’è nulla di superfluo. Ogni accordo è funzionale a tenerti sospeso, in attesa.
L’atmosfera è talmente visiva che viene spontaneo pensare al cinema. Questa musica chiede immagini. Sembra la colonna sonora di un film che non è ancora stato girato – o forse è stata scritta per uno che esiste solo nella testa di Hoffmann. C’è qualcosa di Stephen King in questa capacità di mescolare il quotidiano con il perturbante, il western classico con l’orrore sotterraneo. Come nei romanzi che King ambienta nel far west – penso a “L’incendiario” o a certe atmosfere di “The Dark Tower” – dove la polvere non copre solo le strade ma anche i segreti, e ogni porta chiusa potrebbe nascondere qualcosa di molto peggio di un debitore insolvente. Hoffmann sembra avere lo stesso dono: prendere un’ambientazione familiare e trasformarla lentamente in un territorio ostile, dove il pericolo non è mai dove te lo aspetti.

“Rooms to let” non è un pezzo facile. Chiede tempo, attenzione, richiede di lasciarsi trasportare senza voler capire subito dove si sta andando. Ma se gli concedi queste cose, ti restituisce un mondo. Un mondo che vorresti esplorare, anche se un po’ ti spaventa. E forse è proprio questa la bellezza: sentirsi stranieri in una terra che non conosci, ma volerci restare lo stesso. Perché in fondo, in quelle stanze in affitto, c’è un pezzo di qualcosa che ci appartiene – anche se non sappiamo bene cosa.
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