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MAIA – “Stretti”: il singolo estivo che ti fa venire voglia di scappare (dai tuoi stessi binari)

Le ferie le scegliamo noi – ma solo quando ce lo permettono. Il matrimonio lo facciamo noi – ma perché sennò la famiglia sta male. Il tempo passa e noi corriamo dentro binari che qualcun altro ha costruito. MAIA, progetto della cantautrice e regista Erika Buzzo, mette il dito nella piaga con “Stretti” , singolo synthwave uscito il 28 maggio. Un brano che non protesta. Osserva. E mentre osserva, inchioda.

La canzone è nata in coda a Milano, imbottigliata nel traffico, con una martellante linea di synth canticchiata quasi per caso. Quell’ossessione ritmica è diventata l’intro del pezzo, e poi il resto è venuto da sé. Il risultato è un pop di qualità che sulla carta potrebbe essere un “singolone estivo” – ritornello aperto, produzione curata, quel mood malinconico ma ballabile tipico di certe atmosfere anni Ottanta rivisitate. Ma il testo non è affatto qualunque, non parla di ferie a Ibiza o di gelati in spiaggia. Anzi.


L’immagine è quella di qualcuno che aspetta un segno dal cielo, sperando che una stella cometa possa spiegargli perché il tempo scorre così veloce, lasciandolo indietro. A trent’anni suonati, la testa comincia a dolere – non solo per lo sforzo di guardare in alto, ma per tenere insieme tutte le regole che risuonano nelle orecchie. Le ambizioni sono ancora lì, ma il mutuo da pagare si è trasformato in un traguardo esistenziale, un obiettivo che ha sostituito i vecchi sogni. Il ritornello fotografa questa condizione con precisione: ci si sente intrappolati in spazi angusti, e l’unica evasione concessa è quella delle ferie programmate, unico lasso di tempo in cui ci è permesso tornare a giocare, come quando eravamo bambini. È una fotografia spietata della vita adulta contemporanea, fatta di scadenze, aspettative, rituali collettivi che accettiamo senza mai interrogarci sul loro senso.

MAIA - Stretti

Il videoclip, curato dalla stessa Erika Buzzo, gioca su due registri visivi distinti. Gli scarabocchi sugli occhi cancellano l’identità dei personaggi: individui presenti fisicamente ma assenti interiormente, accelerati dentro folle e metropolitane in fast motion. La sensazione è di non riuscire a stare dietro al ritmo che qualcun altro ha deciso per noi. Poi, per contrasto, i momenti senza scarabocchi coincidono con brevi aperture emotive legate all’amore, alla memoria, all’infanzia. Un’estetica da memoria analogica contaminata, che mescola pellicola consumata, archivi domestici e pubblicità balneari deformate dal tempo. Sembra più un film sul tempo, sulle persone e sulle cose che ereditiamo crescendo, che un semplice videoclip. E forse è esattamente questo il punto.

La voce di Maia si muove tra il sussurro e la presa di coscienza, ricorda certe atmosfere dei Delta V. Quella stessa capacità di raccontare il disagio generazionale senza urlare, ma con una precisione chirurgica.

“Stretti” non offre facili vie d’uscita. Ti lascia lì, con quella domanda che nessuno vuole farsi: quanto delle nostre scelte è davvero nostro? E quanto è solo l’eco di abitudini che abbiamo assorbito senza pensarci? Forse l’unica libertà che ci resta è riconoscere la gabbia. E magari, durante l’estate, con le ferie programmate, concedersi il lusso di giocare – con il vento e con il sole – senza chiedere il permesso a nessuno.

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