Non cercare di sopravvivere a un presente incerto. Attraversalo, anche se fa male. Roberto Casanovi lo sa bene: il suo nuovo EP, “Al centro di tutto, lontano da tutto” (fuori l’8 maggio per tipo dischi), è il resoconto di un’estate che prometteva di essere centrale e invece si è rivelata una dispersione. Un pugno di canzoni che fotografano slanci collettivi e ripiegamenti individuali, senza mai concedersi alla semplificazione.
La frattura è netta. Si è al centro, si crede di esserlo, poi in poche settimane l’orbita si affievolisce e lasciano spazio sensazioni opposte: paura, immobilità, un senso di spaesamento che non ha nome. Casanovi non cerca di uscirne. Ci sta dentro, con la sua voce smorzata e compressa, un indie-rock lo-fi che sa di claustrofobia volontaria. Non urla, non si agita. Lascia che le immagini affiorino da sole: una croce al collo, uno zaino pronto per un festival, lettere scritte da un militare. Sono frammenti di un’estate che non torna più, ma che continua a parlare.
L’EP vive di contrasti. Da un lato l’idea romantica dell’amore che viene smontata pezzo per pezzo: scambiarsi battute acide mentre si cercano le chiavi di casa, vantarsi delle proprie cicatrici davanti a un caffè ormai freddo, i silenzi in ascensore dopo una lite. È una tossicità che vince sull’egoismo, ma che trova comunque uno sfogo in un respiro di chitarra elettrica – come se dopo la tempesta ci fosse ancora un’onda che ti porta su. Dall’altro lato, la stanchezza di un futuro che si fa gentrificazione, uno scivolamento verso l’oblio amplificato da riff di chitarra che sembrano inchiodarti all’inadeguatezza. E poi il ritorno al familiare, all’individualismo come rifugio, mentre il tempo scorre indisturbato.

Ma non è tutto chiuso. Nell’ultimo brano, qualcosa si schiude. Un crescendo emotivo, strumenti dai colori più chiari, un finale corale che sembra quasi un grido condiviso. Non è una risposta, è un’apertura. Segnali di resistenza che incrinano l’idea di impotenza diffusa.
“Al centro di tutto, lontano da tutto” non è un disco che offre sintesi o consolazioni. È un tentativo di stare dentro la complessità, accettando il paradosso di sentirsi frammentati – contemporaneamente coinvolti e distanti. In un’epoca che ci chiede di essere sempre performativi, sempre orientati al futuro, Casanovi sceglie la strada opposta. Si ferma. Osserva. Attraversa. E lo fa con la grazia imperfetta di chi sa che le uniche cose che contano sono quelle tre o quattro che ancora ci piacciono, nonostante tutto.
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