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Hupo – “A Few Sparks”: 60 minuti di rinascita strumentale dalla Cina

Iniziamo questo articolo dicendo che ci onora tantissimo ricevere materiale artistico dalla lontana Cina. Un universo che qui in Italia sicuramente conosciamo pochissimo e, soprattutto, quel poco che pensiamo di conoscere ci arriva di riflesso, con probabilissime “distorsioni” occidentalizzanti. Accogliamo, quindi, con grande piacere questo progetto, peculiare e sopra le righe ma, oltre ogni altra cosa, PURO.

C’è un momento, nella vita di una band, in cui la scelta più coraggiosa è dimenticare tutto ciò che si è imparato. Non per delle lacune magari, ma semplicemente per ritrovare l’urgenza primitiva di suonare come se fosse la prima volta. Gli Hupo, band strumentale cinese attiva dal 2010, hanno fatto esattamente questo. Il loro nuovo album “A Few Sparks” , uscito per 1724 Records, è il risultato di due anni di ricostruzione creativa: hanno smontato le loro abitudini, messo da parte il suono post-rock cinematografico che li aveva resi noti e sono partiti da zero, ispirandosi a krautrock, psichedelia, ambient music e ai paesaggi della Cina nordoccidentale. Il risultato è un viaggio di sessanta minuti che si muove tra atmosfere meditative, groove ipnotici e una narrazione strumentale che non ha bisogno di parole per dire tutto.

L’album nasce da un’intuizione del produttore Yan Shuai, che dopo anni di lontananza è tornato a lavorare con la band. Il processo è stato tutt’altro che lineare. Disaccordi, lunghe discussioni, momenti di incertezza hanno scandito le sessioni di scrittura. Ma lentamente, attraverso prove infinite e un dialogo costante, il linguaggio musicale si è ricostruito da zero. La decisione più radicale? Registrare dal vivo in studio, tutti insieme, come una vera band. Un approccio che gli Hupo non avevano mai tentato prima, e che ha restituito una carica autentica, un’energia che nessun isolamento in cabina di registrazione avrebbe potuto catturare.

Le influenze del disco sono vaste e sorprendenti. Il krautrock si sente nelle trame ipnotiche, la psichedelia emerge nei momenti più dilatati, la tradizione folk del Nordovest cinese affiora in alcune scelte strumentali – come il chao’er (un antico strumento a fiato mongolo) che appare in “Countless Mountains”, o la zhongruan (liuto cinese) suonata dal chitarrista Yang Liang. Il risultato è un suono che non si lascia incasellare: post-rock? Forse. Ma c’è troppo groove, troppa sperimentazione, troppa libertà per stare in una sola definizione.

Il brano “Soulstep Highland” è forse il momento più alto del disco. Nata da un’idea semi-improvvisata sulla slide guitar, la composizione si sviluppa lentamente, come un sogno ad occhi aperti. Nessun colpo di scena, nessuna struttura elaborata. Solo una meditazione che si dipana nel tempo, con il flauto di Yaofan e la voce eterea di Zhang Wanyi che fluttuano sopra, come ricordi lontani che riaffiorano.

“A Few Sparks” non è un album che cerca di piacere a tutti. È un disco che chiede pazienza, ascolto, apertura mentale. Ma per chi è disposto a concedergli tempo, restituisce un universo sonoro ricco e complesso, dove ogni ascolto rivela nuovi dettagli. È il tipo di musica che non si consuma in fretta. E forse è proprio questo il suo valore più grande.

Bruno Giraldo

https://hupo.band/
https://www.facebook.com/hupoband/
https://open.spotify.com/artist/2pz6LBPDNaAP4rHpWkmd25
https://hupoband.bandcamp.com/
https://www.youtube.com/@Hupoband

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