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Vacant Shores e l’arte di riscrivere il passato: “Palimpsest” tra memoria, voce e sintetizzatori

La memoria non è un libro già scritto. È una pergamena che qualcuno ha grattato via per scriverci sopra altro, lasciando però intravedere le tracce di ciò che c’era prima. I Vacant Shores, trio elettronico di Bristol, hanno scelto il termine “Palimpsest” per il loro nuovo singolo (uscito il 1° maggio) proprio per questo: perché il passato non si cancella mai del tutto, continua a parlare sottovoce, anche quando crediamo di averlo sostituito con una versione più recente di noi stessi.

Il brano è un tuffo in quelle acque profonde dove affiorano le voci dell’infanzia, i modi in cui abbiamo imparato a dare un nome alle cose, le frasi ripetute che hanno plasmato il nostro modo di stare al mondo. La voce di Suzy Alderton, che si è unita alla band nel 2024 portando una qualità vocale eterea e ipnotica, si posa su un tappeto di sintetizzatori stratificati e strumenti dal vivo. Non c’è la ricerca di un ritmo travolgente, qui. C’è l’atmosfera, la texture, il lento svolgersi di un pensiero che si ripete, si sposta, si trasforma. Come nella definizione stessa di palinsesto, le idee si sovrappongono senza mai cancellare del tutto ciò che sta sotto.

Il trio, guidato dal producer Jon Elliott e dal polistrumentista AJ Sidford, ha costruito una reputazione sulla capacità di fondere l’elettronica con la presenza fisica di una band tradizionale. Non sono un progetto da studio rimasto tale: suonano dal vivo, hanno calcato il prestigioso Pilton Stage del programma di sviluppo artisti di Glastonbury, e stanno guadagnando consensi su radio locali e internazionali. Il loro sound è stato descritto come “trip-pop”, un incrocio tra la malinconia dei Massive Attack e la cantabilità del dream pop, ma con una cifra personale che sfugge alle etichette.

“Palimpsest” affronta la tensione tra la voglia di scappare e la consapevolezza che il passato continua a fare eco, ovunque tu vada. Non è un brano che dà risposte facili. È un brano che accompagna, che crea uno spazio per la riflessione. In un’epoca che ci chiede di essere sempre performativi, sempre orientati al futuro, i Vacant Shores ci ricordano che a volte il gesto più coraggioso è fermarsi ad ascoltare i sussurri di ciò che siamo stati.

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